lunedì 6 gennaio 2014

Rapsodia in rosso: una lettura di Sebastiano Aglieco

Carla Bariffi, RAPSODIA IN ROSSO, Cfr 2013
Bellano-03Scientemente, adoperando lo strumento della riflessione filosofica, le sequenze di Rapsodia in rosso analizzano come si perviene dal nero al rosso; dall’informe, alla creazione di qualcosa che conservi in sé le feconde occasioni della vita: “caparbiamente osare / usurpare / il nero”, p. 10.
Dico a fiamma bianca, perché “è l’azzurro che vince / mediatica punta meridiana / perpendicolare”, p. 18, ricerca di una semplificazione che mi sembra possa riassumersi in un pensiero sull’assenza: “L’assenza non è nello sguardo / del cane che implora / l’assenza è metallica lama / che affonda e rimuove”, p. 11.
Questa poesia, allora, sembra camminare lungo il sentiero periglioso di infinite conoscenze che sono trappole e strumenti nello stesso tempo; contempla e riflette, si mostra brevemente in lasse indipendenti, spesso di splendente saggezza. Sono lacerti che contengono un erotismo naturale, contemplazioni paesaggistiche, le rive di un lago, i suoi colori che trascolorano nel tempo; ma anche le infinite polluzioni di uno spazio stracolmo di materia, dove pur si situa il nostro, quanto utile non lo sappiamo, desiderio di conoscenza: “Chi dedica la vita all’ascolto / sacrifica una parte del reale (del sé?) / – vive in bilico – / tra due mondi sconosciuti”, p. 34.
È evidente che, questo genere di poesia, prima o poi finisce per investire il senso stesso della scrittura, la sua essenza e la sua radice. La Natura, si dice in un passaggio, è pervasa dal Pneuma, quindi da un istinto ad essere partendo da forme primordiali a cui, forse, riesce a sottrarsi solo il pensiero di un bambino: “Disincarnato frutto / la conoscenza del bambino / la sua energia-guida / verso l’enigma delle cose”, p. 20.
Eppure, anche nella trasgressione dell’io formato, che vorrebbe ritornare ad essere bambino non più ingenuo, partendo da tutta l’esperienza della vecchiaia, questa rapsodia vuole proclamare la possibilità di partecipazione, del miracolo del Tutto che esiste e felicemente si disperde, malgrado noi stessi.
“La grazia / conosce la trama del fiore / nel petalo rosa il mio rosa / nel rosso che goccia il mio sangue / la spina che spingi / e lo sai”, p. 36.
Sebastiano Aglieco
Var 2014


***
L’altrove è un luogo costruito
nella mente e nello spirito.
Penso questo mentre cerco
la mia penna preferita.
***
La percezione cambia
quando semini il distacco dalle cose
e la mente stira i passi dentro l’ombra
che attraversa ogni pensiero.
Realtà è ciò che comprende
il tuo campo visivo.
***
Ogni tuo silenzio
è sfida
raccoglie dal buio
- Scintille -
le sparge sul lago,
lo incendia.
***
Pascal ci aveva visto giusto;
il malessere degli uomini deriva da una sola cosa:
non sapere stare soli in una stanza.
***
Un’immensa nostalgia
si appropria del mio cuore
lo tinge di un ocra che cola
sbavato sul crinale cristallino
dell’occhio.
Si strappa e si riflette
brevemente
nell’orbita dell’acqua.
Ma è l’azzurro che vince
mediatica punta meridiana
perpendicolare
tra le strette falangi del mio pugno.
***
Ogni calligrafia raccoglie imperfezioni
che non vanno dimenticate.
Esse definiscono una mappa
che accorpa passato e presente
nella forma che il destino ci tramanda
nei secoli dei secoli.
***
Negli occhi si spegne
l’azzurro remoto del giorno
e palpita il nero.
***
Siamo mutevoli come animali
ma anche come i fiori
che non sempre mostrano
la gioia di un pistillo
o il gambo piegato dal vento.
***
È il silenzio
che domina il pianeta
non la musica o il canto
“il suono in senso pieno”
ma il silenzio – sterminato – di Dio.
Da qui nasce il pensiero e i sillogismi
e tutto ciò che lega
l’ossario della pelle all’universo.
***
La mia religione è nel verde
dell’acqua che culla e traspare
in ogni pensiero che sfiora
la mia ricordanza.
***
Nel momento stesso in cui accade
ogni cosa è condannata all’aporia
l’abisso risucchia ogni verbo
disossandone la carne.
***
È nella tua lingua
che la mia lingua prende
la forma perfetta del suono.
Beve la goccia scavata
nel cono di luce;
lo assimila e lo scopre.


SCRIVERE NON È UNA PASSEGGIATA


Scrivere
non è una passeggiata a mezz’aria.
Scrivere prefigge una postura
post-durale
un volto che si fonde
in altri volti
un corpo da sfamare
- un madrigale -
Scrivere è potenza che si stempera
impotente dalle dita
per andare a schiantarsi sul muro
del nostro sentire.

9 commenti:

  1. Grazie Sebastiano! :-)
    aggiungo due immagini rubate dal tuo blog...troppo forti!

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    1. eccomi...sono passato. Seb

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  2. Leggendo tutto il poemetto (che è un insieme di frammenti poematici che girano intorno al tema dell’assenza, o meglio dell’indefinibile) risulta chiaro il senso dell’andare rapsodico, questa specie di ricerca del Santo Graal della parola e/o “quella e una sola / che nessuno ha”, come scriveva Giudici e risulta chiaro questo girare in tondo cercando qualcosa in cui si è immersi, che ci impregna ma che sfugge. I musicisti dell’800 (Frank e soprattutto Wagner e poi Mahler) sapevano bene questo modo di comporre, dove il materiale sonoro viene, proposto e riproposto in mille modi diversi, tutti lo stesso tema ma tutti diversi, come il paesaggio che è sempre lo stesso ma cambia muovendo dentro di esso. La rapsodia qui si muove dentro un senso penetrabile ma sfuggente, chiaro e tuttavia misterioso, che si vela e si rivela come la filosofica Aletheia nel tentativo (peraltro impossibile ma che si deve fare se si vuol seguire, anche laicamente “virtute e canoscienza”) di arrivare al conosciuto indicibile, di sperimentare più che descrivere, di vivere più che dire. Se cerco una parola per indicare tutto questo, in poesia, mi viene in mente la locuzione “dire l’indicibile”, ossia dire l’essere nel rispetto della sua essenza, “lasciando che l’essere sia”, come diceva Heidegger, solo dire e non de-finire, cercare e non trovare.

    Gianmario

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  3. Sebastiano è davvero bravo. Un saluto
    Stefano

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  4. ringrazio Stefano e Gianmario che ha scritto questo lungo e immeritato commento da Aglieco e che io mi sono permessa di ricopiare per ricordarmi anche le sue parole.

    Hai nominato la Verità, la rivelazione, Aletheia, e te ne sono grata, perchè mi è costato scrivere le cose che ho scritto, mi hanno attraversato, e io mi sono lasciata plasmare ...da questa forma in musica che desiderava fluire come un corso d'acqua, come linfa umida di lago.

    credo sia il libro migliore che ho scritto, e forse l'ultimo, perchè certe cose non si ripetono.

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  5. non è vero che non si ripetono....bisogna imparare a essere fuoco.

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  6. Non ci sono dubbi sul fatto che scrivere non è leggerezza, ma quell'attraversamento fortifica, almeno questa è la mia sensazione dopo ogni -parto-, rimane qualcosa di inspiegabilmente nuovo e si è ancora disposti a cedere alla parola, alla sua insistenza.

    Mi sarebbe piaciuto essere alla presentazione del tuo libro!

    Ciao Carla, un sorriso

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    1. Grazie mia cara, per le tue lievi e dolcissime parole...
      anche a me sarebbe piaciuto averti quì, insieme alle persone splendide che mi hanno accompagnato con le loro altrettanto belle parole e la loro cara presenza.

      a presto

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