martedì 8 ottobre 2013

L’opposta riva (dieci anni dopo)


In fila. In fila
lungo la sorte sino alle montagne: sottrarsi
alla propria terra per la sola carne riassumeva il motivo

il convoglio. Gente a piedi senza custode ognuno
se non la memoria, l’occhio indietro a dilavare la strada fatta.
Ognuno ripetere in silenzio:

dalla perdita presente alla trama a venire, noi siamo dove?



*

Del flusso perpetuo il nome scandiva guardando:migrazione diceva
e somigliamo allo scarto.

Una quantità in perdita
l’inutile costanza alla deriva
che non riproduce, smessa dal diritto di perdurare.

Non incalza nessuna speranza se vedi
e con ragione:
nemmeno la superficie è simile all’uomo

troppo in ritardo per somigliare, intervenire...

*
Dislocava tragola e palato senza dire
portandosi con sé solo e per la prima volta:
avvicinando la calma del lavoro finito

sostava all’argine della distanza
col timore di tracimare. L’odore del gasolio,del sale
davano la metrica certa dell’imbarco

dello scambio accompagnarlo all’opposta riva.

*
In un qualunque posto di lavoro: la posizione
bassa era offerta, una poca paga tra il baratto del nome
e il dovere restare. Prendere o lasciare mi dicevano:

a lungo andare il documento arriva. Così restavo
metà invisibile e più spazio che persona. Sbagliavano
il mio nome nel chiamare ma nessuno ne curava

costando poco chi o cosa mastica il lavoro:
carne pronta con la fame in bocca e la bocca inutile al parlare
e del rimpiazzo all’entrata la fila piena, la stessa condizione

questuante affollare per poco, per tutto il tempo...




Altri i fatti e forse abituerò.
Assomiglio al vicino, ne ho la forma:
ho le medesime stanze da abitare a un altro piano

e in similitudine che importa l’origine nella somiglianza?
Resta uguale la sveglia la rata la maternità.
Soltanto la ricorrenza ci distingue

ma oltre il Dio restano uguali gli affetti.
Ci albergano dentro dove è pari il senso, il sangue.
Solo gli occhi hanno differenze:

all’uguale altezza i miei abbassano, al tuo non vedere.

*
Il primo impegno al tempo nuovo mi indicava, il foglio
tra le mani su cui rideva in girotondi. La busta paga
dà la prova che il pane che si mangia è guadagnato mi diceva

nessun sospetto ora, che si vive alle spalle di qualcuno…


 * * *

Fabiano Alborghetti
da: L’opposta riva (dieci anni dopo) – La Vita Felice, 2013.
Le immagini sono del mio stimatissimo artista friulano: Elio Copetti.

7 commenti:

  1. Pensando alla tragedia di Lampedusa, non posso fare a meno di citare un grande poeta, colui che sa guardare i più fragili con occhio vigile, di chi sa dargli voce!

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  2. Ottima scelta Carla, un caro saluto
    t.t.

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    1. Grazie Tiziana, un caro saluto anche a te :-)
      aggiungo il link a un post di Blanc dove Guglielmin ben delinea la figura del poeta e la sua sensibilità verso i più deboli...

      http://golfedombre.blogspot.it/2006/11/fabiano-alborghetti.html

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    2. tu non o sai, ma la mia "Distanza immedicata" doveva intitolarsi "L'opposta riva", poi con Alborghetti, visto il tema importante, concordammo di lasciare il suo titolo al suo libro.

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  3. ho scritto verso i più deboli, in realtà avrei dovuto scrivere: verso i più coraggiosi.
    in fondo gli emarginati sono persone che non hanno più niente da perdere, e quindi affrontano il rischio con passione e determinazione.

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