
Cara Carla, ogni volta che prendo contatto con una
poesia autentica (e la tua lo è) devo constatare, almeno ad una prima
immersione, l'inestricabile groviglio dei temi che rendono affascinante, ma non
subito compresa sul piano tematico, la lettura che se ne fa; è un'empatia utile
al piacere estetico ma non mai sufficiente, se s'intende partecipare con un
minimo di razionalità al mondo nuovo e antico che in quei versi ci si squaderna
davanti. Ecco dunque che ad una seconda (e terza, eccetera) lettura si comincia
finalmente a capire, e diventa allora necessaria un'operazione selettiva
rispetto ai temi che s'intende seguire, per poi scriverne. Per non ripetere le
giuste osservazioni fatte a suo tempo da Fedeli e Lucini, io mi concentrerò su
una direttiva tematica che peraltro mi appartiene da sempre, sulla quale ho
scritto i miei libri (che anche tu, in parte, conosci) e della quale restano
impregnati i miei tentativi direttamente poetici (anche questi, in parte,
conosci). Mi sono chiesto quindi, rileggendo con grande attenzione i tuoi
versi, come si configura la tua relazione con la scrittura, e anche: che cos'è
scrittura per te? e ancora: a quale scopo scrivi? E' chiaro che la risposta che
se ne può dedurre è interessante soltanto se è perfettamente incarnata
nei tuoi versi, altrimenti, se espressa secondo un altro registro scritturale,
diventerebbe una nota critica (come lo è nei miei "maestri", ad
esempio), ma sarebbe un'altra cosa, molto lucida (e forse l'hai anche fatto
altrove) dal punto di vista teoretico, ma del tutto non pertinente rispetto
alla santa immediatezza del dettato poetico che mi hai sottoposto.
Sono partito dal titolo della tua terza raccolta, perché il tema
dell'"altrove", di cui qui delinei una "geografia", tu
l'avevi già annunciato in apertura di "Rapsodia" ('L'altrove è un
luogo costruito/nella mente e nello spirito'); il fatto che la "geografia
dell'altrove" sia "costruita nella mente e nello spirito" basta
da solo a illustrare un progetto profondo di scrittura, in cui si dà conto sia
del senso che questo progetto va di volta in volta costruendo (da sempre,
l'altrove è il luogo che non c'è, che non c'è ancora, che dovrebbe esserci, è
il luogo dell'utopia), sia del tipo di sguardo che intende reperirne le tracce
(il termine 'geografia' ben si adatta a descrivere tutto il tuo lavoro, sin dal
primo testo di "Aria di lago": qui è una geografia prima di tutto
naturale, nel tuo caso rappresentata dai posti meravigliosi in cui vivi, ma è
anche una geografia della memoria, dato che subito, nel primo testo della prima
raccolta, la mobiliti - 'affiorano i ricordi' - e infinite altre volte la
mobiliti nelle altre due raccolte, e infine - e quest'ultima geografia,
accennata senz'altro nelle ultime sezioni di "Aria", diventa poi un
tema portante, forse il tuo tema per eccellenza, nelle altre due - è una
geografia tutta interiore).
A questo proposito mi sono annotato un gran numero di passi in cui ogni
elemento di paesaggio che tu mobiliti si profila retoricamente come una
metafora o una metonimia del tuo sguardo interiore sulle cose e sulle persone.
Sotto questo profilo, anche il semplice tagliare zucchine o stirare camicie,
malgrado la loro empiricità elementare, confermano il detto di Eraclito:
"Anche qui ci sono gli dèi". Probabilmente, in tutto questo ci
potrebbero essere tracce di insegnamenti zen, oppure potrebbe invece essere una
tua disposizione naturale a considerare la scrittura come il luogo della
verificazione dell'esperienza vissuta (io la vivo da sempre così). Molte volte
ho citato l'affermazione di René Char circa l'essere la poesia il pane
quotidiano, sia essa poesia scritta o letta, la cosa è indifferente.
L'impressione allora che danno i tuoi versi, sia quelli di "Rapsodia"
sia quelli di "Geografia", nel loro andamento frammentario, rapsodico
appunto, aforismatico in qualche caso, ma tutti strettamente collegati tra
loro, è proprio quella di una panificazione necessaria alla dazione di senso
quotidiana, al dare senso al dono della vita, affinchè il non-senso (il vuoto)
di fondo non prevalga e l'umano diventi la nostra vera realtà.
'Non ho ancora iniziato il libro che desidero leggere/pensavo alla morte, a
come potrebbe sorprendermi/alle cose da riordinare, prima che/la sua folata
decisiva recida/nuovamente il mio cordone' ("Rapsodia"): ecco quindi
l'emersione della dazione di senso: leggere, scrivere, ossia conquistare il
cosmos contro il caos, prima che la fine (la morte) ridiventi l'inizio (io
chiamo tutto questo da tempo "falso movimento", perchè origine e fine
sono un punto solo, e quel punto è l'eterno che ci aspetta); d'altra parte,
l'ultimo testo di "Geografia", dedicato a Lucini, conferma questo:
'Ti sei consumato dietro la scrittura dei giorni,/non sapevi che l'eterno/era
già dentro di te'. La 'consumazione' di cui parli è al tempo stesso
esistenziale e scritturale, è la fatica quotidiana dell'uomo che vive e che
scrive, che si trova a dover scrivere, che sceglie di scrivere, e per poterlo
fare non deve sapere (razionalmente) che quel punto d'eterno, in cui l'esser
nati e il dover morire si assommano in un solo attimo grazie alla geografia
esteriore e interiore che rappresentano in toto la sua esperienza di vita, è
già custodito e protetto dentro ognuno di noi, e che chi scrive, dunque, non ha
- di questo movimento che è ricominciato ogni giorno e che ha colmato nella
provvisorietà il vuoto - altro che il compito umano, tutto umano di renderne
testimonianza.
Il gioco della scrittura è allora per te, mi sembra di capire, un pendolo che
oscilla tra coscienza di una necessità e incoscienza di una destinazione: da un
lato 'Scriviamo come uccelli aggrappati/ad un filo a piombo/per esorcizzare la
paura' (in "Geografia"): dove s'affaccia quel filo a piombo? forse
sul vuoto che è nostro dovere colmare con le giuste parole quotidiane, l'esorcisma
è proprio nei confronti della vampirizzante tentazione di lasciarsi andare
nell'insignificanza, e la paura di cui parli è una sana reazione a questa
sconfitta; dall'altro 'Il mio mondo è qui/lontano dal mondo. [...]/Qui mi può
solo toccare/la natura - contaminata- di un Dio' e 'Il foglio è il rifugio
necessario/ma mai quanto il paesaggio del mio lago' (ambedue in
"Geografia") e anche 'Scrivere è potenza che si stempera/impotente
dalle dita/per andare a schiantarsi sul muro/del nostro sentire.' (in "Rapsodia"),
ossia: necessità e destinazione, i due volti indistinti eppure diversi di chi
scrive, esigono al tempo stesso presa di distanza dal mondo così com'è (la
citazione da "Rapsodia" descrive l'ostilità quotidiana rispetto alla
parte migliore di noi che con essa fatalmente confligge), e ricerca di un
rifugio 'nel' mondo (non 'fuori' dal mondo), nell'incertezza, talvolta delusiva
purtroppo, che mai nessuna parola, però, potrà eguagliare la bellezza spontanea
che ci offre la natura, essa vista, nella sua gratuita e semplice perfezione,
come segno di un mondo così come dovrebbe essere.
Questo è quanto, cara Carla, mi è giunto alla penna del computer di scriverti
in merito ai tuoi versi. La loro ricchezza tematica - lo ripeto - va ben oltre
queste poche note, ma mi sia lecito, per il momento, lasciare nell'inespresso
tutto il molto che rimane consegnato all'enigma del tuo ordine del discorso
poetico, e che forse non sempre l'attenzione 'critica' dovrebbe turbare con le
sue un po' fastidiose razionalizzazioni.
Mi farai sapere che cosa ne pensi, e grazie ancora per le tue dediche e per
l'opportunità che mi hai offerto di partecipare alla tua esperienza poetica.
Un caro saluto
Gianmarco
* * *
Sì, è proprio il mio orecchio, l'orecchio interiore
quello che sente
e che deve imparare ad ascoltare.
Necessità e destinazione
sinonimi di una scrittura completa.
La ricerca che ogni poeta vorrebbe vedere tradotta sul foglio semplicemente ascoltando
la natura e il suo manifestarsi.
Cos'è la scrittura per me?
Come si configura la mia relazione con la scrittura?
A quale scopo scrivo?
Il bello della scrittura è che non sempre è razionale, a volte capita che l'impulso combaci con l'intuizione. Nasce così l'illuminazione.
Mai nessuna parola potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura - rifugio nel mondo -
È questa la certezza che in questi giorni mi abita
sapere che tutto è già stato scritto nel grande libro degli eventi. Il tentativo di riscriverlo.
All'inizio scrivevo per dare voce al mio sentire, avevo bisogno di conoscere la mia identità per proteggere la mia timidezza, poi ho scritto perché la lettura , le varie letture di filosofia ma anche di poesia, mi hanno portato a scoprire correlazioni tra pensiero filosofico e realtà, tra esperienza personale e contatto con l'umano.
La curiosità mi ha spinto alla sperimentazione, alla selezione
Così in ogni poesia ora ricerco l'essenziale, a volte la sentenza, a volte la constatazione
che ogni concetto merita attenzione quando viene nominato.
Lo scopo è mantenere viva la mente, non dimenticare le piccole cose, il vissuto personale e il paesaggio in cui si compie il gesto dove la parola diventa interruttore che procura la luce.
Lo scopo è arrivare al cuore delle persone emozionandole, facendole riflettere, aprendo i loro occhi sulla vita (che è l'interiore).
Catturare i segreti della natura che abita il mondo sotterraneo e portarli alla luce, questo mi affascina e mi fa vivere in armonia.
E questa è per te, che mi hai dedicato il tuo tempo, il mio grazie ...:-)
L'orecchio
conduce
oltre la soglia del suono
che da luce al buio
e lo protegge
e non conosce la condizione del tempo
ma la assapora.
Mi nutrirei di solo vino
e destinazione.