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giovedì 13 ottobre 2016

impressioni su: Bastardo posto di Remo Bassini



Tutto ruota intorno alla figura di Paolo Limara, al mistero che lo lega a un manichino senza braccia e senza testa, esposto nella vetrina di un negozio desolato in una provincia dove si respira la mano della corruzione e l’ebbrezza del gioco proibito. Non mi dilungherò sulla trama del romanzo noir ma sulle impressioni ricevute.

Durante la lettura fatico ad inquadrare la personalità di Paolo Limara, il giornalista protagonista che si ritrova a fare i conti con il peso di una rivelazione, che si trova di fronte alla sottile linea rossa della sua solitudine che parla di silenzi e di dolore, di chiusura verso ogni forma di speranza.

Avrei intitolato questo libro: La confessione, perché è da li che tutto prende forma. L’origine del male.

Paolo Limara soffre perché è stato tradito, e non offre chance all’artefice di questa sua condizione di “passività” in cui si rifugia perché non accetta, Paolo Limara, l’amarezza della realtà che lo investe.

Ciò che ho recepito dal personaggio “Limara” è che:

Tutto ruota intorno al tema della verità. Ognuno di noi crede nella sua verità, perché è sempre doloroso conoscere la verità.

Le confessioni sono pericolose anche quando ricoperte dal segreto professionale (e sacerdotale). Le confessioni sono responsabilità allo stato puro, andrebbero fatte solo a dio o alla nostra coscienza. La verità porta spesso a conseguenze imprevedibili perciò andrebbe sempre vagliata in profondità.

Il finale – sorprendente e non banale - lascia intravedere (ed è quasi un sollievo) un barlume di speranza nell’esistenza di un uomo che non ha più la forza di reagire, che si lascia cadere con la naturalezza di un volo verso l’agognata (e meritata) pace.


Una domanda all’autore comunque vorrei farla:
Quando si scrivono romanzi del genere, il personaggio che si individua durante la lettura rispecchia il lettore o rispecchia lo scrittore?


  


giovedì 14 luglio 2016

Vena che pulsa







“E’ nella tua lingua/che la mia lingua prende/la forma perfetta del suono”; qualsiasi sia il riferimento esterno (e privato) di questi versi, va sottolineata la funzione di tramite essenziale che la parola (quella parola scelta, e non un’altra) volta per volta assume nel gioco osservativo-immedesimativo che, come abbiamo suggerito sopra, costituisce la struttura portante genetica del testo. E questo gioco si realizza nella dialettica felicemente non risolta, se non provvisoriamente, tra l’Io poetante e il Tu (“il tuo linguaggio”, “E’ nella tua lingua”): o forse talvolta risolta ma col sacrificio fecondo della propria identità, della propria più intima appartenenza (“”Tua (mia) profondità”, “Sacro/il respiro – nostro – ”, “dalla sua – mia – profondità”, “Spalmo spalmami spalma”, “il tuo respiro calmo/è la mia lingua”).    


E in aggiunta va messo in evidenza il fatto che il campo operativo d’elezione di tutta questa frenesia osservativo-immedesimante è il corpo umano stesso, che con tutti questi elementi naturali intrattiene, di immagine in immagine, le più diverse relazioni, sia attraverso il respiro che lo tiene in vita, sia attraverso la pelle che lo protegge e al tempo stesso fa da tramite al contatto, sia attraverso la bocca, mobilitata col bacio nel dare e nel ricevere l’energia, la luce, la vita.


Ed è soprattutto il respiro che, come suggerisce Bariffi, “racchiudendo ogni forma”, s’incarica demiurgicamente di fare della terra un ‘mondo’ umano; esso potrebbe equivalere, peraltro, sul versante sensibile, a ciò che qui, come protagonista nascosto, invisibile, impercettibile ma onnipresente, si assume il compito di render conto della possibilità della Bellezza: ossia al pensiero (“risucchia ogni bene/bellezza di un pensiero/che penetra il fiore”), alla luce del pensiero (“bellezza silenziosa – mio pensiero/la luce dentro gli occhi”). Il pensiero non è mai assunto come un assoluto in questi versi, bensì sempre relativizzato al corporeo, sia rispetto all’interiorità dell’agente-soggetto sia rispetto all’esterno, ossia agli elementi che compongono nella loro mescolanza il mondo, e che in quell’interiorità si rifrangono come in uno specchio. Sia l’esterno che l’interno corporei diventano allora il luogo privilegiato dell’Eros, rispettivamente secondo modalità paniche (rispetto alla natura esterna) e secondo contatti di carezza, di bacio, di sguardo, a testimoniare la presenza innamorata dell’Altro (si vedano i testi: “Distendo la mia giugulare[…]” etc, “E ancora la tua voce […]” etc., “Scintilla/sul pelo dell’acqua la schiuma […] etc. ).


 



“E’ la somiglianza, che vince su tutto”: una possibile interpretazione complessiva di questa piccola raccolta di versi, delegata a questo verso,  potrebbe appunto ipotizzare questa doppia (esterno/interno, elementi naturali/corpo) relativizzazione dell’assoluto-pensiero all’insegna del motore erotico essenziale; “poiché in essa [la somiglianza] riflettiamo/l’unione di pensiero e desiderio”, ossia – se l’ipotesi qui formulata ha un senso – nella somiglianza (non nell’identità!) la reciproca attrazione dei due estremi produce un pensiero desiderante, o un desiderio pensoso, in ogni caso una conciliazione, tutta umana nella sua provvisorietà, in grado di descrivere il senso profondo di questa “unione”: “l’ascetica utopia che non si arrende”, o anche, e sotto un profilo più intimo ma non meno intrigante, “il “mio mare interno/oscuro come la verità”. L’oscurità, va detto, che non contraddice la gloria, onnipresente in questi versi, della luce vivificante (a tal proposito si vedano le tavole di Cini, per esempio quella dedicata alla sera o quella dedicata alle rose, nelle quali le linee curve traducono in termini visivi – soli, lune, fonti di luce comunque – l’estrema mobilità suggerita dai versi), al contrario ne costituisce l’alterità, l’asintoto che è dovere umano, tutto umano, di raggiungere per portarlo, per quanto provvisoriamente, a rischiaramento.           




Gianmarco Pinciroli (seconda parte)


 

lunedì 4 luglio 2016

Anticipazione nota di Gianmarco Pinciroli e postfazione di Sebastiano Aglieco a: Vena che pulsa



Sono rimasti i poeti a parlarci degli elementi di natura come luoghi d’amore: acqua, aria, fuoco, terra, e luce, “luce del tuo respiro”, “luce dentro gli occhi”, e scintillio (della schiuma dell’onda, ma anche del pensiero “che penetra il fiore”). Fin dalla prima raccolta di Bariffi (“Aria di lago”, 2006), l’osservazione e fin quasi l’immedesimazione col dato naturale rappresenta, anche soltanto ad un rapido sguardo, la cifra specifica del suo immaginario; con la seconda raccolta (“Rapsodia in rosso”, 2013) e soprattutto con la terza (“Geografia dell’altrove”, 2016) questa costante tematica s’approfondisce, s’interiorizza e s’addensa in complessi movimenti di parola e di pensiero, volti sempre più a scandagliare l’intima risoluzione, sua e non assimilabile ad altre esperienze, di quell’osservare, di quell’immedesimarsi originari.

A conferma di questo tratto tematico specifico, in questa breve silloge – arricchita dalle tavole del grafico bolognese Alberto Cini, che utilizza un segno essenziale e preciso per riconsegnare visivamente congiunture tematiche ed emotive ben presenti nel testo – Bariffi ci comunica subito, in esergo, il campo privilegiato entro il quale si muove il suo immaginario: “lussuria liquida sugli zigomi del mondo”.

Gianmarco Pinciroli







E', appunto, l'immagine della rosa, mi sembra, a dare la centralità tematica di questi testi  Le rose le rose ancora le rose / lussuria liquida sugli zigomi del mondo – con tutte le varianti della sostanza effimera del Fiore: – Risucchia ogni bene / bellezza di un pensiero / che penetra il fiore –, e del trascolorare del Rosa e del Bianco nelle albe e nei tramonti.    


Tutto questo desiderio avviene proprio perché la brama di vivere affonda le sue radici nel timore ancestrale dell'incompletato, del non più possibile. L'eros che in queste poesie si palesa, è il movimento delle cose verso le altre cose a loro somiglianti. Per non morire del tutto, per sentirsi parte dello stesso procedere di ogni sostanza verso lo splendore e l'oblio:  Vena pulsante / nervo scoperto / mio mare interno / oscuro come la verità – .


Le immagini di Alberto Cini suggeriscono, poi, regalando al testo un'indicazione di percorso ulteriore, un'escursione verso il favoloso, la sottrazione del colore, un'Alice un po' perduta nella sua “altra” lingua. 


Sebastiano Aglieco

sabato 18 giugno 2016

Hairesis, Francesco Marotta


Ossidiane, questa cascata di versi di Francesco Marotta, si snodano da una voce profonda
mantenendo all'interno l'unione, tra la durezza forgiata dal tempo e gli "invisibili, inascoltati palpiti di mondo" ...(pag. 42).

- invisibili, inascoltati palpiti di mondo
davanti alle nostre tavole imbandite
nel dormitorio che ci consola
di diventare ciechi, esistere da morti
appena nati.

Un viaggio al centro della memoria che tocca realtà diverse, intime e distanti.
Lo scenario cambia, ma quello che rimane è un dolore acuto, la mancanza, il figlio mai nato.

(pag. 52 e 53)


...procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo ...


Farsi sete - cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all'eco
dell'altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva
l'alfabeto dell'unico cielo che ripara


è un libro crudo, per alcuni versi che richiamano il dolore, non solo fisico, e per i rimandi biblici che toccano la piaga, per quel 'signore degli eserciti' spietato, che non risparmia, e infligge.




Voci di naufragio, figure insonni che vegliano nell'ombra, stanze e abissi che si alternano, parrebbe una poesia visionaria, in realtà è la mano del poeta, che col sangue, con il suo sguardo, come un compasso traccia, la linea sottile del volo.

(pag. 51)

Guardami -
io che non so pregare, che non ho mai pregato
io oggi prego
non te, i tuoi feroci altari
ma il soffio che parla nei sogni di mio figlio
- il respiro della mano
che al risveglio gli accarezza il viso
mentre in silenzio depone un fiore
nell'urna d'aria della luce.


(pag. 66)

con la luna nel palmo
la mia mano insegue la curva del tuo seno,
distante, in attesa,
cerca la fonte che in te si nasconde come una stella
al riaffiorare del giorno - la benedizione di una lacrima
dove immergere il corpo devastato
dei miei sogni

(pag. 69)


(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti di un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva -
a volte ti brucia i ricordi - il silenzio
come il fuoco di un dio senza tempio, e tu inciampi
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate nell'aria)


Non scrivo di rimandi ad altri poeti, anche se una traccia c'è, io sono per l'unicità della voce che ogni Poeta possiede quando lascia che a dettare le parole sia la spinta interiore, sempre forte di contrasti, in questo caso pregna di un riconoscimento.


venerdì 17 giugno 2016

Terracqua, Mirella Crapanzano



Mirella Crapanzano, nel suo nuovo libro di poesie: Terracqua, dipinge una geografia del mare che comprende il suono, la lingua dei cetacei (poesia pag. 10).

L'assenza della punteggiatura fa si che il corso delle parole non si interrompa, ma prosegua come flusso continuo verso l'ispirazione dello sguardo, evocando le parole a lei care come:
mani, alba, rose, mattino, terra, gola, segno.

pag. 54:

Mi tieni
nei segreti che scrivi
tra le cose distanti
e sai mancare

un vento larghissimo
ti scompiglia le mani
una disegna l'altra
e mi fai entrare
come una liberazione
una burrasca, il sale


Questa lettura è un viaggio che intraprendiamo al centro del suo sentire, nella brevità delle sue sillabe che lasciano spazio a un respiro lungo, indugiando sul senso come le dita su una partitura.

dedicata alla madre, pag. 45:

l'ultima volta ti custodisco, madre
gocciola rossa in un campo di grano
i tuoi passi la semina e il raccolto
la sabbia e il gorgo, la traiettoria della mano
il vuoto sul divano, il segno seme
che cresce nei ricordi, che occupa distanze
la concordia del cielo quando trattiene
troppe cose


è un viaggio in un mondo malinconico, sospeso nella sensazione, nell'incontro che si crea
tra la bellezza del creato e l'interiorità che fiorisce.
Ma anche nella pupilla tonda, di chi ha ingoiato il mare.

* * *

pag. 46:

sei dove risiede la malinconia
che si presta ora ad altre visitazioni
il crepuscolo stacca delicatamente
dai suoi rami il giorno
è la mia pelle che descrive dinastie di rose
troppo amore per farne un orlo da cucire
sotto la veste

*

le tue mani hanno una punteggiatura
nuova, vedi come la lingua si ferma
sulle parole amaranto
divento terra aperta al desiderio
l'odore è quello della spremitura
dopo la pioggia




mercoledì 4 maggio 2016

Scorci di lago


L’ultima raccolta poetica di Carla Bariffi “Geografia dell’altrove” edita quest’anno dalle edizioni Terra d’ulivi, ha il profumo del lago dove l’autrice abita con la sua famiglia e scrive. Il lago è quindi luogo fisico della memoria, degli affetti, specchio e metafora di quell’altrove che è  insieme misticismo, profonda ricerca, bellezza interiore ed essenza delle cose. Leggere i suoi versi è un viaggio dell’anima che porta con se i semi di una trasformazione sempre in atto, di una cura.

Nota di lettura di Mirella Crapanzano




Ogni cosa

all’infinito si ripete

per destino o per intercessione

di una matematica occulta.


*

Ubriacami di pioggia

poi sventrami

come la carpa

al sole

nel gesto preciso del Dio.



lunedì 25 aprile 2016

Geografia dell'altrove, Terra d’Ulivi 2016. Nota di lettura di Sebastiano Aglieco




Il lago visto dall’alto, gli animali, il trascorrere del tempo, la casa, il giardino, i pensieri in sintonia e distonia … questi i temi del nuovo libro di Carla Bariffi.

I testi si presentano in successione, due per pagina, senza alcuna divisione interna, non sembrano essere interessati a mostrarci una struttura, i capitoli di un romanzo. Sono, piuttosto, dislocati lungo il percorso di un binario circolare – quello del lago e delle sue stagioni – e così procedono per improvvise ed occasionali illuminazioni, sempre scaturite dalla vibrazione emotiva e sensoriale.

Elettricità, nell’aria

sui corpi cristallizza in respiro

– esplode il temporale –

Ti tengo nella mano

mia grandine improvvisa.

p. 46

Direzioni diverse

tagliano il cielo.

L’orizzonte rimane lo stesso.

– Il lago è incendiato di blu,

accoglie i nostri corpi come un’ostia –

p.14

Sono, dunque, testi “veri”, nel senso di corrispondenti a un progetto interiore, di conoscenza di se stessi attraverso l’immersione nel panico naturale, nel grembo, nella promessa di un Nulla per niente interessato all’umano, alla pietas. Piuttosto è la parola che si fa portatrice di pietas, parola rivolta verso noi stessi, per guarire la nostra incapacità di sentirci in sintonia con le voci, col respiro, con l’appartenenza.

Spesso leggiamo di lacrime scaturite proprio nel momento in cui la consapevolezza del perduto, di un pensiero ancestrale che ci rac/coglie solo a tratti, improvvisamente abbassa le difese dell’io mostrandoci il nostro abbandono, la resa.

Così largo il pianto

e lento di noi il sapere dove

fermare l’ansito

potere scioglierci.

p. 13

Carla Bariffi, a un certo punto di questo diario di segni naturali, di geroglifici, cita “Memoria” di Rimbaud: “La corrente d’oro in movimento, / muove le sue braccia nere e pesanti…”; chiosando successivamente: “Penso all’acqua chiara / di una memoria nuova”, p. 16.

Quest’acqua, che per Rimbaud è il laghetto fangoso di un parco cittadino, qui è proprio il Lario coi suoi anfratti scurissimi, le sue imprevedibili bufere, le brume, il quietarsi nei riflessi del sole in controluce.

È il luogo, dunque, lo scenario partecipe delle ferite del pellegrino che sale il monte per raggiungere la casa, tutti i fine settimana. La casa è desco e santuario nello stesso tempo, finestra spalancata verso l’esterno, luogo chiuso di meditazione frammentata e improvvisa.

Esiste una luce diversa

quando il crepuscolo scivola ed entra

dalla finestra socchiusa

– accarezza gli oggetti in silenzio –

li inebria di un corpo che pulsa.

È la luce degli avi.

p. 33

Radunare

le briciole del giorno

quando calma si fa sera

e la casa resta l’argine lontano

condiviso nel silenzio.

p. 19

La penna a sfera

giace sulla credenza

accanto al suo inchiostro notturno.

Preferisco la matita.

p. 15

È così grande la casa

quando soli

la viviamo.

Il suono propaga orizzonti

sul lago di fronte

Lo spazio – dal tonfo di neve

delle mie stanze.

p. 25

In questo discorrere nella mente del tempo delle stagioni, gli avvenimenti si dispongono come i tasselli di un puzzle, suggerendoci l’immagine di una presenza che si cela dentro gli occhi di un animale, in una pianta, nel volo di un uccello, nelle intuizioni di una riflessione improvvisa:

Così a volte vediamo un essere ferino che ha gli occhi infuocati del sangue e della vita:

Fissa gli altri gatti col suo sguardo malato

di fronte al banchetto

– il sangue è un grumo al muso –

Le mosche lo circondano, ostinate

ma più ostinato è il rosso del suo pelo,

l’illusione del suo desiderio.

p. 17

Improvviso, lo colsi

afferrare il pane secco

nel buio intermittente della notte

sagoma bianca striata sul muso

lungo come il viottolo deserto.

È bastato un fruscio sotterraneo

a dileguare la sua occulta presenza.

Il gatto lo osserva con me

senza muovere un pelo.

p. 57

Uccelli come presenze dell’anima, come i primi pensieri del mondo:

Cerchi ampi

circoscrive la poiana

poi di colpo cambia rotta

esorta la mente a deviare.

La traiettoria dell’occhio la segue,

scompare.

p. 36

Il lento pensiero delle essenze vegetali; e la presenza che le abita:

Il noce si è intrecciato col limone

– l’aria è pregna del giallo dei cedri –

In questo giardino di ulivi

i pini sono quieti

e un canto di civetta

scandisce ogni mezz’ora.

Son qui, ad alleggerire ogni pensiero,

affondando nell’azzurro ogni mia fibra.

[il San Martino

accanto].

p. 45

Sei nel fiore del sambuco

e nel prugno che lento matura

nel grano che sale, nel ciclo lunare

che piano riverbera dentro.

p. 55

Le intuizioni monacali:

La memoria lascia buchi dolorosi

dentro la membrana

il lago distende il pensiero

la ruga profonda tra gli occhi.

È l’altezza

la cura del male.

p. 9

Testo, dunque, che si alimenta delle sporgenze e delle rientranze del magma, senza un centro, ascrivibile a un poeta del pianeta Nettuno dove, si dice, tutto sia acqua e forse sogno di una vita diversa, di una cosa chiamata terra.


Sebastiano Aglieco



da quì:

https://miolive.wordpress.com/2016/04/23/carla-bariffi-e-laltezza-la-cura-del-male/

lunedì 11 aprile 2016

Necessità e destinazione. Nota di lettura di Gianmarco Pinciroli


Cara Carla, ogni volta che prendo contatto con una poesia autentica (e la tua lo è) devo constatare, almeno ad una prima immersione, l'inestricabile groviglio dei temi che rendono affascinante, ma non subito compresa sul piano tematico, la lettura che se ne fa; è un'empatia utile al piacere estetico ma non mai sufficiente, se s'intende partecipare con un minimo di razionalità al mondo nuovo e antico che in quei versi ci si squaderna davanti. Ecco dunque che ad una seconda (e terza, eccetera) lettura si comincia finalmente a capire, e diventa allora necessaria un'operazione selettiva rispetto ai temi che s'intende seguire, per poi scriverne. Per non ripetere le giuste osservazioni fatte a suo tempo da Fedeli e Lucini, io mi concentrerò su una direttiva tematica che peraltro mi appartiene da sempre, sulla quale ho scritto i miei libri (che anche tu, in parte, conosci) e della quale restano impregnati i miei tentativi direttamente poetici (anche questi, in parte, conosci). Mi sono chiesto quindi, rileggendo con grande attenzione i tuoi versi, come si configura la tua relazione con la scrittura, e anche: che cos'è scrittura per te? e ancora: a quale scopo scrivi? E' chiaro che la risposta che se ne può dedurre  è interessante soltanto se è perfettamente incarnata nei tuoi versi, altrimenti, se espressa secondo un altro registro scritturale, diventerebbe una nota critica (come lo è nei miei "maestri", ad esempio), ma sarebbe un'altra cosa, molto lucida (e forse l'hai anche fatto altrove) dal punto di vista teoretico, ma del tutto non pertinente rispetto alla santa immediatezza del dettato poetico che mi hai sottoposto.

Sono partito dal titolo della tua terza raccolta, perché il tema dell'"altrove", di cui qui delinei una "geografia", tu l'avevi già annunciato in apertura di "Rapsodia" ('L'altrove è un luogo costruito/nella mente e nello spirito'); il fatto che la "geografia dell'altrove" sia "costruita nella mente e nello spirito" basta da solo a illustrare un progetto profondo di scrittura, in cui si dà conto sia del senso che questo progetto va di volta in volta costruendo (da sempre, l'altrove è il luogo che non c'è, che non c'è ancora, che dovrebbe esserci, è il luogo dell'utopia), sia del tipo di sguardo che intende reperirne le tracce (il termine 'geografia' ben si adatta a descrivere tutto il tuo lavoro, sin dal primo testo di "Aria di lago": qui è una geografia prima di tutto naturale, nel tuo caso rappresentata dai posti meravigliosi in cui vivi, ma è anche una geografia della memoria, dato che subito, nel primo testo della prima raccolta, la mobiliti - 'affiorano i ricordi' - e infinite altre volte la mobiliti nelle altre due raccolte, e infine - e quest'ultima geografia, accennata senz'altro nelle ultime sezioni di "Aria", diventa poi un tema portante, forse il tuo tema per eccellenza, nelle altre due - è una geografia tutta interiore).

A questo proposito mi sono annotato un gran numero di passi in cui ogni elemento di paesaggio che tu mobiliti si profila retoricamente come una metafora o una metonimia del tuo sguardo interiore sulle cose e sulle persone. Sotto questo profilo, anche il semplice tagliare zucchine o stirare camicie, malgrado la loro empiricità elementare, confermano il detto di Eraclito: "Anche qui ci sono gli dèi". Probabilmente, in tutto questo ci potrebbero essere tracce di insegnamenti zen, oppure potrebbe invece essere una tua disposizione naturale a considerare la scrittura come il luogo della verificazione dell'esperienza vissuta (io la vivo da sempre così). Molte volte ho citato l'affermazione di René Char circa l'essere la poesia il pane quotidiano, sia essa poesia scritta o letta, la cosa è indifferente. L'impressione allora che danno i tuoi versi, sia quelli di "Rapsodia" sia quelli di "Geografia", nel loro andamento frammentario, rapsodico appunto, aforismatico in qualche caso, ma tutti strettamente collegati tra loro, è proprio quella di una panificazione necessaria alla dazione di senso quotidiana, al dare senso al dono della vita, affinchè il non-senso (il vuoto) di fondo non prevalga e l'umano diventi la nostra vera realtà.

'Non ho ancora iniziato il libro che desidero leggere/pensavo alla morte, a come potrebbe sorprendermi/alle cose da riordinare, prima che/la sua folata decisiva recida/nuovamente il mio cordone' ("Rapsodia"): ecco quindi l'emersione della dazione di senso: leggere, scrivere, ossia conquistare il cosmos contro il caos, prima che la fine (la morte) ridiventi l'inizio (io chiamo tutto questo da tempo "falso movimento", perchè origine e fine sono un punto solo, e quel punto è l'eterno che ci aspetta); d'altra parte, l'ultimo testo di "Geografia", dedicato a Lucini, conferma questo: 'Ti sei consumato dietro la scrittura dei giorni,/non sapevi che l'eterno/era già dentro di te'. La 'consumazione' di cui parli è al tempo stesso esistenziale e scritturale, è la fatica quotidiana dell'uomo che vive e che scrive, che si trova a dover scrivere, che sceglie di scrivere, e per poterlo fare non deve sapere (razionalmente) che quel punto d'eterno, in cui l'esser nati e il dover morire si assommano in un solo attimo grazie alla geografia esteriore e interiore che rappresentano in toto la sua esperienza di vita, è già custodito e protetto dentro ognuno di noi, e che chi scrive, dunque, non ha - di questo movimento che è ricominciato ogni giorno e che ha colmato nella provvisorietà il vuoto - altro che il compito umano, tutto umano di renderne testimonianza.

Il gioco della scrittura è allora per te, mi sembra di capire, un pendolo che oscilla tra coscienza di una necessità e incoscienza di una destinazione: da un lato 'Scriviamo come uccelli aggrappati/ad un filo a piombo/per esorcizzare la paura' (in "Geografia"): dove s'affaccia quel filo a piombo? forse sul vuoto che è nostro dovere colmare con le giuste parole quotidiane, l'esorcisma è proprio nei confronti della vampirizzante tentazione di lasciarsi andare nell'insignificanza, e la paura di cui parli è una sana reazione a questa sconfitta; dall'altro 'Il mio mondo è qui/lontano dal mondo. [...]/Qui mi può solo toccare/la natura - contaminata- di un Dio' e 'Il foglio è il rifugio necessario/ma mai quanto il paesaggio del mio lago' (ambedue in "Geografia") e anche 'Scrivere è potenza che si stempera/impotente dalle dita/per andare a schiantarsi sul muro/del nostro sentire.' (in "Rapsodia"), ossia: necessità e destinazione, i due volti indistinti eppure diversi di chi scrive, esigono al tempo stesso presa di distanza dal mondo così com'è (la citazione da "Rapsodia" descrive l'ostilità quotidiana rispetto alla parte migliore di noi che con essa fatalmente confligge), e ricerca di un rifugio 'nel' mondo (non 'fuori' dal mondo), nell'incertezza, talvolta delusiva purtroppo, che mai nessuna parola, però, potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura, essa vista, nella sua gratuita e semplice perfezione, come segno di un mondo così come dovrebbe essere.

Questo è quanto, cara Carla, mi è giunto alla penna del computer di scriverti in merito ai tuoi versi. La loro ricchezza tematica - lo ripeto - va ben oltre queste poche note, ma mi sia lecito, per il momento, lasciare nell'inespresso tutto il molto che rimane consegnato all'enigma del tuo ordine del discorso poetico, e che forse non sempre l'attenzione 'critica' dovrebbe turbare con le sue un po' fastidiose razionalizzazioni.

Mi farai sapere che cosa ne pensi, e grazie ancora per le tue dediche e per l'opportunità che mi hai offerto di partecipare alla tua esperienza poetica.


Un caro saluto
Gianmarco

* * *



Sì, è proprio il mio orecchio, l'orecchio interiore
quello che sente
e che deve imparare ad ascoltare.

Necessità e destinazione
sinonimi di una scrittura completa.
La ricerca che ogni poeta vorrebbe vedere tradotta sul foglio semplicemente ascoltando
la natura e il suo manifestarsi.

Cos'è la scrittura per me?
Come si configura la mia relazione con la scrittura?
A quale scopo scrivo?

Il bello della scrittura è che non sempre è razionale, a volte capita che l'impulso combaci con l'intuizione. Nasce così l'illuminazione.
Mai nessuna parola potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura - rifugio nel mondo -
È questa la certezza che in questi giorni mi abita
sapere che tutto è già stato scritto nel grande libro degli eventi. Il tentativo di riscriverlo.

All'inizio scrivevo per dare voce al mio sentire, avevo bisogno di conoscere la mia identità per proteggere la mia timidezza, poi ho scritto perché la lettura , le varie letture di filosofia ma anche di poesia, mi hanno portato a scoprire correlazioni tra pensiero filosofico e realtà, tra esperienza personale e contatto con l'umano.

La curiosità mi ha spinto alla sperimentazione, alla selezione
Così in ogni poesia ora ricerco l'essenziale, a volte la sentenza, a volte la constatazione
che ogni concetto merita attenzione quando viene nominato.

Lo scopo è mantenere viva la mente, non dimenticare le piccole cose, il vissuto personale e il paesaggio in cui si compie il gesto dove la parola diventa interruttore  che procura la luce.

Lo scopo è arrivare al cuore delle persone emozionandole, facendole riflettere, aprendo i loro occhi sulla vita (che è l'interiore).

Catturare i segreti della natura che abita il mondo sotterraneo e portarli alla luce, questo mi affascina e mi fa vivere in armonia.

E questa è per te, che mi hai dedicato il tuo tempo, il mio grazie ...:-)



L'orecchio conduce
oltre la soglia del suono
che da luce al buio
e lo protegge
e non conosce la condizione del tempo
ma la assapora.

Mi nutrirei di solo vino
e destinazione.

mercoledì 25 novembre 2015

Nel nome del nome, Fiammetta Giugni





Terra d'ulivi edizioni è lieta di invitarvi ad un Incontro organizzato in collaborazione con la Pro Chiavenna

Un nuovo libro di Fiammetta Giugni, un libro che vede la luce in maniera sofferta per molte ragioni, un canto inconfondibile e subito riconoscibile come raramente avviene ormai nella poesia italiana è ragione di felicità per il lettore che, come l'autrice, creda ancora nella poesia e nella sua capacità di dialogo. Nessun libro di Fiammetta sarebbe concepibile senza questo moto dialogante che nasce dalla poeta (come ama dire di sé Fiammetta) in conversazione con se stessa, con i suoi ricordi e con i suoi luoghi e che si fa dialogo con la scrittura stessa, con il lettore, con il tempo, con altri libri. L'ardua questione del soggettivismo in poesia viene superata d'un balzo da Fiammetta grazie all'originalità del suo dettato poetico e grazie all'energia espressiva che distrugge di primo acchito le mura della cittadella dell'io solipsistico per aprire quella cittadella, appunto, al dialogo, all'ascolto, ad un mettersi in cammino con moto pendolare: da me a te, da te a noi, da noi a voi.
....
Da una nota di lettura di Antonio Devicenti

Alla presentazione di "nel nome del nome" di Fiammetta Giugni seguirà la proiezione di uno stralcio del video, non ancora pronto nella sua interezza, "Chiavenna - viaggio nella bellezza" di Elio Scarciglia. Il video presenta in un percorso emotivo, ma disincantato, i colori, le bellezze e i tesori di questa piccola e bellissima città incastonata tra i monti.


http://lasoldanella.blogspot.it/2015/06/la-calligrafia-del-sasso-fiammetta_4.html

https://miolive.wordpress.com/2014/03/09/fiammetta-giugni-note-di-lettura-di-carla-bariffi/






Luna piena, la sera del 25 novembre 2015, in quel della città di Chiavenna.
Fiammetta mi abbraccia con grande calore, all’arrivo – che gioia! -
Mi presenta il grande Elio Scarciglia, l’editore con cui pubblicherò i miei prossimi scritti.
E poi Giacomo, colui che riprende e ha ripreso i filmati di ogni incontro, anche a Piateda,
anche a Bellano, nella ex chiesa di San Nicolao, dove il caro Gianmario Lucini presentò il mio: Rapsodia in rosso. A breve mi spedirà il dvd, un ricordo che considero prezioso.

è un’emozione pura ascoltare la voce di Fiammetta Giugni mentre recita i suoi versi, e anche prima, quando introduce la sua Poesia spiegandone l’origine e la sensazione…. io mi incanto ad ascoltarla e anche i presenti – ciò che risuona è solo Poesia, pura Poesia, e ispirazione grande!
Condivido la sintesi e lo stile di Fiammetta, il suo scavare nell’esperienza e nel gesto, il richiamo alla sua professione di medico veterinario che ha segnato alcuni tra i suoi testi più belli ed intensi.
Mi ha regalato ben due libri, la cara Fiammetta, nei quali ritroverò, leggendo con lentezza- perché la poesia va centellinata –  la magia dell’emozione, quella parte preziosa di un vissuto che solo la poesia riesce a rendere immortale.
Ed ora veniamo a Scarciglia che ha presentato il suo filmato sulla bellezza della città di Chiavenna, immortalandone le vie, i suoni – mormorii delle foglie nel vento, - i mestieri antichi, i chiostri – le sorgenti, i canti corali -  le sincronie del pattinaggio.
Un tuffo nella bellezza consacrato da un richiamo: l’appartenenza.



ed ora, la poesia che Fiammmetta ha letto per ultima (poichè quella a lei più cara):

*Post scriptum primum*

perchè nominandolo io lo distingua
(forse per sempre)
ci sarebbe ancora da dire
un anfratto minuscolo d'acqua
ma quello solo
dove ho posato gli occhi a novembre


la cavità sottosasso (quel sasso)
lì dove il Venina rallenta
sotto gli occhi del San Bartolomeo
il rigiro sicuro di corrente dove una  fario
(quella sola) ha sversato le uova a riprese

ci sarebbe da dire quel freddo letto di frega
e il silenzio immanente
sulla fario
sul maschio
sull'intero torrente