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martedì 25 ottobre 2016

Vi presento la nuova Emily Elizabeth Dickinson


zia Adelia Bariffi



U s t i c a

 

Isola delle mie estati

Strade di luce sull’orlo di crateri

Sommersi da millenni silenziosi

Civiltà affioranti – tracce di passi, di pensieri.

Tombe rimaste orfane nel vento

Necropoli alte sul mare

Al costone di faro Homo morto

E un ipogeo –

 
Restituisce il tempo nelle campagne

Pietra scheggiata – ossidiana

Impasti di rozza argilla

E impronta di dita a ornamento,

Ceramica nera – frantumi d’anfora –

 

L’antico dolore del mondo

Ancora grida dentro i vasi lacrimali

L’amore umano – la morte -

mercoledì 21 settembre 2016

Ontologia del Poeta




Ci sono due tipologie di poeti: la prima non legge nessun poeta, la seconda ne legge molti, anche troppi.
La prima produrrà una serie di presuntuosi che si spacciano per avanguardisti, ma semplicemente vanno ‘ad lumen nasi’, o peggio ancora confondono la poesia con il primo pensiero che frulla in zucca, sono insomma degli ignoranti, dei supponenti, dei palloni gonfiati – e facilmente li si sgonfia… Hanno un’idea solipsistica, onanistica dell’arte, ma che cos’è l’arte se non dialogo col mondo? (autori, lettori, critici, politica religione, costume, e ovviamente la tradizione).
La seconda categoria è quella dei poeti DOC. Il rischio per loro è di sentirsi psicologicamente schiacciati dalla validità o dalla forza o dalla bellezza dei poeti che essi hanno letto. Il pericolo è di fermarsi alla contemplazione, all’ammirazione che toglie la parola di bocca e non vedere gli inevitabili punti di debolezza della loro poetica (che sono poi gli stessi del loro rapporto con il mondo, generati dagli stessi meccanismi mentali).
Il segreto è: leggere, certo, ma pensare nel contempo in modo critico, ossia il saper misurare la via che uno ha intrapreso, ma nello stesso tempo chiedersi se non si possa fare in altro modo, sviluppando intuizioni che inevitabilmente da qualsiasi lettura ci provengono, rispecchiando il nostro tempo ma parlando a tutti i tempi. E’ dalle letture che nasce lo stimolo, perché nella lettura misuri la personalità, il carattere, la psicologia, la visione del mondo di chi scrive e ti rendi conto delle soluzioni che egli ha adottato. In un certo senso ti metti in colloquio con lui e poni domande, contesti, approvi, sviluppi alternative, ecc. ecc. E’ sulla poetica che bisogna ragionare, a cominciare dalla piccolissima, prima ma decisiva domanda: perché io scrivo?
Ti confesso che non ho ancora risposto a questa domanda, ma a volte mi sorge il dubbio che se vi rispondessi smetterei di scrivere, esattamente come se scoprissi con certezza l’esistenza di Dio perderei la Fede. Tuttavia è necessario formularla, e riflettervi a lungo, sapendo che ogni risposta non è quella, o meglio, può essere una risposta per il momento, non definitiva. La tua poesia è, in qualche modo, la tua ontologia.
Dunque, leggi (almeno tu che hai tempo…) ma non lasciarti schiacciare, mettiti in rapporto dialettico con la loro poetica e troverai la tua poesia, che scaturisce non da altro che con il confronto critico con la tradizione e ovviamente i contemporanei.”



[Gianmario Lucini]

lunedì 25 luglio 2016

Ombra mai fu



Abbiamo bisogno del sorriso
per rigenerare la nostra mente
per preservare
l’innamoramento in ogni cellula vivente,
per far si che il non vivente
vi si aggrappi.

*
È terapeutico
ascoltare il rumore della penna
nel silenzio circostante
sfrigolare sulla carta
provocando la magia.

*
C’è un buon odore quassù
vicino alla Val Grande
di menta e coriandolo,
di infinito passato remoto
stemperato nel cantico dei boschi.

*

Leggere “La via del Sole”
e sentirmi rinascere;
anche questa è luce.



* * *

sabato 18 giugno 2016

Hairesis, Francesco Marotta


Ossidiane, questa cascata di versi di Francesco Marotta, si snodano da una voce profonda
mantenendo all'interno l'unione, tra la durezza forgiata dal tempo e gli "invisibili, inascoltati palpiti di mondo" ...(pag. 42).

- invisibili, inascoltati palpiti di mondo
davanti alle nostre tavole imbandite
nel dormitorio che ci consola
di diventare ciechi, esistere da morti
appena nati.

Un viaggio al centro della memoria che tocca realtà diverse, intime e distanti.
Lo scenario cambia, ma quello che rimane è un dolore acuto, la mancanza, il figlio mai nato.

(pag. 52 e 53)


...procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo ...


Farsi sete - cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all'eco
dell'altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva
l'alfabeto dell'unico cielo che ripara


è un libro crudo, per alcuni versi che richiamano il dolore, non solo fisico, e per i rimandi biblici che toccano la piaga, per quel 'signore degli eserciti' spietato, che non risparmia, e infligge.




Voci di naufragio, figure insonni che vegliano nell'ombra, stanze e abissi che si alternano, parrebbe una poesia visionaria, in realtà è la mano del poeta, che col sangue, con il suo sguardo, come un compasso traccia, la linea sottile del volo.

(pag. 51)

Guardami -
io che non so pregare, che non ho mai pregato
io oggi prego
non te, i tuoi feroci altari
ma il soffio che parla nei sogni di mio figlio
- il respiro della mano
che al risveglio gli accarezza il viso
mentre in silenzio depone un fiore
nell'urna d'aria della luce.


(pag. 66)

con la luna nel palmo
la mia mano insegue la curva del tuo seno,
distante, in attesa,
cerca la fonte che in te si nasconde come una stella
al riaffiorare del giorno - la benedizione di una lacrima
dove immergere il corpo devastato
dei miei sogni

(pag. 69)


(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti di un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva -
a volte ti brucia i ricordi - il silenzio
come il fuoco di un dio senza tempio, e tu inciampi
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate nell'aria)


Non scrivo di rimandi ad altri poeti, anche se una traccia c'è, io sono per l'unicità della voce che ogni Poeta possiede quando lascia che a dettare le parole sia la spinta interiore, sempre forte di contrasti, in questo caso pregna di un riconoscimento.


venerdì 17 giugno 2016

Terracqua, Mirella Crapanzano



Mirella Crapanzano, nel suo nuovo libro di poesie: Terracqua, dipinge una geografia del mare che comprende il suono, la lingua dei cetacei (poesia pag. 10).

L'assenza della punteggiatura fa si che il corso delle parole non si interrompa, ma prosegua come flusso continuo verso l'ispirazione dello sguardo, evocando le parole a lei care come:
mani, alba, rose, mattino, terra, gola, segno.

pag. 54:

Mi tieni
nei segreti che scrivi
tra le cose distanti
e sai mancare

un vento larghissimo
ti scompiglia le mani
una disegna l'altra
e mi fai entrare
come una liberazione
una burrasca, il sale


Questa lettura è un viaggio che intraprendiamo al centro del suo sentire, nella brevità delle sue sillabe che lasciano spazio a un respiro lungo, indugiando sul senso come le dita su una partitura.

dedicata alla madre, pag. 45:

l'ultima volta ti custodisco, madre
gocciola rossa in un campo di grano
i tuoi passi la semina e il raccolto
la sabbia e il gorgo, la traiettoria della mano
il vuoto sul divano, il segno seme
che cresce nei ricordi, che occupa distanze
la concordia del cielo quando trattiene
troppe cose


è un viaggio in un mondo malinconico, sospeso nella sensazione, nell'incontro che si crea
tra la bellezza del creato e l'interiorità che fiorisce.
Ma anche nella pupilla tonda, di chi ha ingoiato il mare.

* * *

pag. 46:

sei dove risiede la malinconia
che si presta ora ad altre visitazioni
il crepuscolo stacca delicatamente
dai suoi rami il giorno
è la mia pelle che descrive dinastie di rose
troppo amore per farne un orlo da cucire
sotto la veste

*

le tue mani hanno una punteggiatura
nuova, vedi come la lingua si ferma
sulle parole amaranto
divento terra aperta al desiderio
l'odore è quello della spremitura
dopo la pioggia




lunedì 30 maggio 2016

La parola negata, Gianmarco Pinciroli




3.




e tu non dirla la parola,


che ti basti pensarla nella veglia


e poi la notte viverne la lenta sillabazione


fino alla mancanza di respiro


quando il fiato si fa parossismo dell’ala


per un volo che scende in picchiata


la vertigine del primo sonno


e ultimo




quel respiro l’ho udito


e ho visto quella maschera che dobbiamo indossare


nel quando di quel dove


si beve la feccia dell’ultimità




mi si dica come fare


perché davvero non saprei


rivolgere (a quale lui o a quale lei)


la dolce preghiera dell’assenza,


richiesta d’oblio perenne, e cecità che salvi


un barlume di umanissima pietà


per chi reca sulle spalle il dovere


di non più essere quel grumo


di fiato e terra che sorride al vento




4.



i due che lì, o altrove, stanno e stanno


e nello stare non sai come, la memoria


resta, vapore che addormenta nell’insonnia


e ubbidisce al destino delle cose che finiscono


e finiranno, prima, dopo, finiranno


ed io con loro: apparso e poi scomparso




“c’è questa follia che non sormonti”


mi dice con severità il filosofo


mentre il mistero semplice prevale


e nel silenzio si assorbe ogni dolore




5.



è dunque una tomba la memoria, vana


senza l’irraggiamento di una lapide


con lo specchio di un volto sorridente


che ora c’è, non c’è, dipende


dagli occhi che la guardano, distanza


della stella più lontana, lassù


quaggiù, ma nessun dove nessun quando, più


ci danno riferimento, un luogo


che non sia vanità di mente, non dura:


luce che si disperde, voce oscura




7.




oh la fatica di compilare elenchi


di tracce vissute tanto tempo fa


quando un profumo e un sorriso


ci inventavano la lunga giornata estiva


sulla riva del miraggio, luce d’agosto


spezzata dai raggi della bici


insieme con l’ombra minacciosa




il futuro non conta le vittime,


le fa, ed è quel sé che non saremo mai


abbastanza: una musica troppo facile,


metrica e prosodia, lessico d’anni ingenui,


coltivazione della polvere dei fiori


e disegni di costellazioni inventate


lì per lì dalla passione d’un momento




oh la fatica, l’enigma degli angeli


scesi dal campanile in veste di do diesis


per una melodia che segna il termine


del viaggio alla farfalla (ma lei, e lui


insieme dentro e fuori quella casa


ricca di avvenimenti impercepiti


dall’immediata aderenza al divenire)




pochi ma essenziali nutrimenti


all’anima perduta con un salto di gazzella


per evitare trappole di colpa e redenzione


(ma loro no, blanda mestizia dei fedeli


per il quieto indomenicarsi d’esistenza


nel gregge che va, rassegnato, alla chiamata).





giovedì 26 maggio 2016

Poiesis



Bisogna distinguere tra poesia e poetico. La poesia attiene alle forme. Il poetico non ha forma.

Sebastiano Aglieco






lunedì 9 maggio 2016

Microfono aperto, Palco Palasole. Bellano, domenica 8 maggio 2016


Annualmente in quel di Bellano l'associazione culturale LetteLariaMente organizza una Fiera di piccoli editori provenienti da più luoghi, diversi ogni anno e con diverse iniziative per adulti e per bambini. L’anno scorso non ho partecipato ma quest’anno (all'ultimo momento) mi sono ripromessa di fare una ‘puntatina’ e di mettermi in gioco con la Poesia, anche per vincere un po’ la mia innata timidezza.

Premetto che l’unico vero incontro poetico che ho fatto è stato nel 2013 in occasione dell’uscita del mio libro 'Rapsodia in rosso' promosso dal caro Gianmario Lucini, che aveva coinvolto per l’occasione persone squisite e competenti come Ivan Fedeli e Fiammetta Giugni. Ma torniamo alla Fiera! Or dunque, addentrandomi tra i vari stand ho avuto modo di conoscere bene quello di “La vita Felice” il quale esponeva poesia classica in versioni accurate. Ho azzardato la domanda: come mai non vedo libri di poeti contemporanei?
Mi è stato riposto: inutile esporli dal momento che certi nomi risultano sconosciuti se non c’è l’autore stesso a presentarsi e a presentarli.
Io un libro di Anna Toscano e Stefano Guglielmin lo avrei comunque preso!

Ma torniamo al palco, al gentilissimo conduttore Vincenzo la Bella che ha permesso la lettura di cinque poesie tratte dal libro e ha organizzato una gara con votanti tra il pubblico per stabilire il ‘vincitore’ tra i cinque sfidanti di questa “Poetry Slam”. Oltre alla soddisfazione di essere arrivata finalista insieme alla mia compaesana ho constatato che l’emozione, durante l’intrattenimento, era più a livello di pancia, a livello di voce sono riuscita a mantenere il controllo, e questo per me è già un traguardo.

L’altra cosa che mi ha dato soddisfazione è che la mia poesia era tra le più brevi lette in pubblico.

Mi è stata chiesta la spiegazione per la poesia: Mettere ordine.


‘Mettere ordine

Presuppone un’idea precisa

Un letto di petali

Sopra un caos sotterraneo.’


L’arte non andrebbe mai spiegata perché ciò che arriva alla persona non si può catalogare, ci arriva a livello di emozione e segue un’esperienza personale.

Ciò che arriva a una persona può non arrivare a un’altra o comunque essere diverso.

Io ho dato una spiegazione generica ma la vera spiegazione forse sfugge anche a me, dal momento che pensando a quei petali pensavo alla cultura araba e alla bellezza di un letto cosparso di petali.













venerdì 22 aprile 2016

Teatro delle conversazioni. Gianmarco Pinciroli






…il lento, impercepito dipanarsi

dal filo dell’alba al tessuto

che ti cresce tra le mani verso sera

e non ti copre più che tanto il volto…






1.





… in queste rose di nebbia, oggi, febbraio


ci sono e non ci sono segni, fruscii


di una qualche umanità corrosa


dall’abitudine ad essere volatile…





… nessun esperimento, solo sintassi


a collegare le più semplici parole


ne viene un po’ di senso, forse troppo


per chi ama i fili sospesi sull’abisso…





… fuggirsene, concetto di rimprovero


per qualche forma antica di viltà


ben conosciuta da chi ne fa esercizio


di bella scrittura, calligrafia del cuore…





… maschere infinite, tutt’attorno al totem


della condiscendenza ben volente, anche


tu lì attorno, chi lo direbbe mai, eppure


sei transitata, con la ‘cartella’, indifferente …





2.





… “vorrei che le ferite che mi hai inferto


in fretta rimarginassero, domani, oggi


ora che te lo sto dicendo…”, così dunque


l’amore muore e cerca attorno vita…





… risponde allora “nulla che ti serva


io sono in grado di fornire, almeno


per quanto riguarda l’oggi…”, resta


in sospeso il domani nella nebbia…





… anni e anni, sono passati anni


sotto i ponti sottili del pensiero


che nell’amore pensa: consumazione


dell’amore, niente più che tedio…





… chissà perché risorge dal sepolcro


proprio nell’ora dell’oggi più lontano


l’immagine crudele, il sorriso vuoto


“lasciami andare, sei buono in fin dei conti…” …





… e andata infine, andata sei nel colmo


della memoria antica, astro inattinto


vertice senza il senso di un’origine


la fine scritta sin dentro la tenerezza…





… vagabondaggi, non più, per carità, soltanto


vagabondaggi, irrisolta la tua meta


disegna sul cartone ultimi orizzonti


per i passi dell’anima inconsapevole…





… dove mai – quale linguaggio: i gesti? –


intendi proporre il tuo sapere


l’albero del bene o male conosciuto


da tempo inaridito per il fulmine?...


.. non dove o quando, ma qui, ora


nessuna domanda più, poco ti resta


da respirare, poche tra queste pagine


sfogliate da mani profumate, donne…





… tu continua, in solitudine, accensione


casuale, un tuo fornello per il thè


alle quattro e mezza, sole in tazzina


tepore, inverno, un po’ prima del buio…





… “che resta?” domandi da una vita


non resta niente perché tutto è eterno


questo tuo chiedere, l’affanno, senso


che latita, tutto, non resta niente…




lunedì 11 aprile 2016

Necessità e destinazione. Nota di lettura di Gianmarco Pinciroli


Cara Carla, ogni volta che prendo contatto con una poesia autentica (e la tua lo è) devo constatare, almeno ad una prima immersione, l'inestricabile groviglio dei temi che rendono affascinante, ma non subito compresa sul piano tematico, la lettura che se ne fa; è un'empatia utile al piacere estetico ma non mai sufficiente, se s'intende partecipare con un minimo di razionalità al mondo nuovo e antico che in quei versi ci si squaderna davanti. Ecco dunque che ad una seconda (e terza, eccetera) lettura si comincia finalmente a capire, e diventa allora necessaria un'operazione selettiva rispetto ai temi che s'intende seguire, per poi scriverne. Per non ripetere le giuste osservazioni fatte a suo tempo da Fedeli e Lucini, io mi concentrerò su una direttiva tematica che peraltro mi appartiene da sempre, sulla quale ho scritto i miei libri (che anche tu, in parte, conosci) e della quale restano impregnati i miei tentativi direttamente poetici (anche questi, in parte, conosci). Mi sono chiesto quindi, rileggendo con grande attenzione i tuoi versi, come si configura la tua relazione con la scrittura, e anche: che cos'è scrittura per te? e ancora: a quale scopo scrivi? E' chiaro che la risposta che se ne può dedurre  è interessante soltanto se è perfettamente incarnata nei tuoi versi, altrimenti, se espressa secondo un altro registro scritturale, diventerebbe una nota critica (come lo è nei miei "maestri", ad esempio), ma sarebbe un'altra cosa, molto lucida (e forse l'hai anche fatto altrove) dal punto di vista teoretico, ma del tutto non pertinente rispetto alla santa immediatezza del dettato poetico che mi hai sottoposto.

Sono partito dal titolo della tua terza raccolta, perché il tema dell'"altrove", di cui qui delinei una "geografia", tu l'avevi già annunciato in apertura di "Rapsodia" ('L'altrove è un luogo costruito/nella mente e nello spirito'); il fatto che la "geografia dell'altrove" sia "costruita nella mente e nello spirito" basta da solo a illustrare un progetto profondo di scrittura, in cui si dà conto sia del senso che questo progetto va di volta in volta costruendo (da sempre, l'altrove è il luogo che non c'è, che non c'è ancora, che dovrebbe esserci, è il luogo dell'utopia), sia del tipo di sguardo che intende reperirne le tracce (il termine 'geografia' ben si adatta a descrivere tutto il tuo lavoro, sin dal primo testo di "Aria di lago": qui è una geografia prima di tutto naturale, nel tuo caso rappresentata dai posti meravigliosi in cui vivi, ma è anche una geografia della memoria, dato che subito, nel primo testo della prima raccolta, la mobiliti - 'affiorano i ricordi' - e infinite altre volte la mobiliti nelle altre due raccolte, e infine - e quest'ultima geografia, accennata senz'altro nelle ultime sezioni di "Aria", diventa poi un tema portante, forse il tuo tema per eccellenza, nelle altre due - è una geografia tutta interiore).

A questo proposito mi sono annotato un gran numero di passi in cui ogni elemento di paesaggio che tu mobiliti si profila retoricamente come una metafora o una metonimia del tuo sguardo interiore sulle cose e sulle persone. Sotto questo profilo, anche il semplice tagliare zucchine o stirare camicie, malgrado la loro empiricità elementare, confermano il detto di Eraclito: "Anche qui ci sono gli dèi". Probabilmente, in tutto questo ci potrebbero essere tracce di insegnamenti zen, oppure potrebbe invece essere una tua disposizione naturale a considerare la scrittura come il luogo della verificazione dell'esperienza vissuta (io la vivo da sempre così). Molte volte ho citato l'affermazione di René Char circa l'essere la poesia il pane quotidiano, sia essa poesia scritta o letta, la cosa è indifferente. L'impressione allora che danno i tuoi versi, sia quelli di "Rapsodia" sia quelli di "Geografia", nel loro andamento frammentario, rapsodico appunto, aforismatico in qualche caso, ma tutti strettamente collegati tra loro, è proprio quella di una panificazione necessaria alla dazione di senso quotidiana, al dare senso al dono della vita, affinchè il non-senso (il vuoto) di fondo non prevalga e l'umano diventi la nostra vera realtà.

'Non ho ancora iniziato il libro che desidero leggere/pensavo alla morte, a come potrebbe sorprendermi/alle cose da riordinare, prima che/la sua folata decisiva recida/nuovamente il mio cordone' ("Rapsodia"): ecco quindi l'emersione della dazione di senso: leggere, scrivere, ossia conquistare il cosmos contro il caos, prima che la fine (la morte) ridiventi l'inizio (io chiamo tutto questo da tempo "falso movimento", perchè origine e fine sono un punto solo, e quel punto è l'eterno che ci aspetta); d'altra parte, l'ultimo testo di "Geografia", dedicato a Lucini, conferma questo: 'Ti sei consumato dietro la scrittura dei giorni,/non sapevi che l'eterno/era già dentro di te'. La 'consumazione' di cui parli è al tempo stesso esistenziale e scritturale, è la fatica quotidiana dell'uomo che vive e che scrive, che si trova a dover scrivere, che sceglie di scrivere, e per poterlo fare non deve sapere (razionalmente) che quel punto d'eterno, in cui l'esser nati e il dover morire si assommano in un solo attimo grazie alla geografia esteriore e interiore che rappresentano in toto la sua esperienza di vita, è già custodito e protetto dentro ognuno di noi, e che chi scrive, dunque, non ha - di questo movimento che è ricominciato ogni giorno e che ha colmato nella provvisorietà il vuoto - altro che il compito umano, tutto umano di renderne testimonianza.

Il gioco della scrittura è allora per te, mi sembra di capire, un pendolo che oscilla tra coscienza di una necessità e incoscienza di una destinazione: da un lato 'Scriviamo come uccelli aggrappati/ad un filo a piombo/per esorcizzare la paura' (in "Geografia"): dove s'affaccia quel filo a piombo? forse sul vuoto che è nostro dovere colmare con le giuste parole quotidiane, l'esorcisma è proprio nei confronti della vampirizzante tentazione di lasciarsi andare nell'insignificanza, e la paura di cui parli è una sana reazione a questa sconfitta; dall'altro 'Il mio mondo è qui/lontano dal mondo. [...]/Qui mi può solo toccare/la natura - contaminata- di un Dio' e 'Il foglio è il rifugio necessario/ma mai quanto il paesaggio del mio lago' (ambedue in "Geografia") e anche 'Scrivere è potenza che si stempera/impotente dalle dita/per andare a schiantarsi sul muro/del nostro sentire.' (in "Rapsodia"), ossia: necessità e destinazione, i due volti indistinti eppure diversi di chi scrive, esigono al tempo stesso presa di distanza dal mondo così com'è (la citazione da "Rapsodia" descrive l'ostilità quotidiana rispetto alla parte migliore di noi che con essa fatalmente confligge), e ricerca di un rifugio 'nel' mondo (non 'fuori' dal mondo), nell'incertezza, talvolta delusiva purtroppo, che mai nessuna parola, però, potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura, essa vista, nella sua gratuita e semplice perfezione, come segno di un mondo così come dovrebbe essere.

Questo è quanto, cara Carla, mi è giunto alla penna del computer di scriverti in merito ai tuoi versi. La loro ricchezza tematica - lo ripeto - va ben oltre queste poche note, ma mi sia lecito, per il momento, lasciare nell'inespresso tutto il molto che rimane consegnato all'enigma del tuo ordine del discorso poetico, e che forse non sempre l'attenzione 'critica' dovrebbe turbare con le sue un po' fastidiose razionalizzazioni.

Mi farai sapere che cosa ne pensi, e grazie ancora per le tue dediche e per l'opportunità che mi hai offerto di partecipare alla tua esperienza poetica.


Un caro saluto
Gianmarco

* * *



Sì, è proprio il mio orecchio, l'orecchio interiore
quello che sente
e che deve imparare ad ascoltare.

Necessità e destinazione
sinonimi di una scrittura completa.
La ricerca che ogni poeta vorrebbe vedere tradotta sul foglio semplicemente ascoltando
la natura e il suo manifestarsi.

Cos'è la scrittura per me?
Come si configura la mia relazione con la scrittura?
A quale scopo scrivo?

Il bello della scrittura è che non sempre è razionale, a volte capita che l'impulso combaci con l'intuizione. Nasce così l'illuminazione.
Mai nessuna parola potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura - rifugio nel mondo -
È questa la certezza che in questi giorni mi abita
sapere che tutto è già stato scritto nel grande libro degli eventi. Il tentativo di riscriverlo.

All'inizio scrivevo per dare voce al mio sentire, avevo bisogno di conoscere la mia identità per proteggere la mia timidezza, poi ho scritto perché la lettura , le varie letture di filosofia ma anche di poesia, mi hanno portato a scoprire correlazioni tra pensiero filosofico e realtà, tra esperienza personale e contatto con l'umano.

La curiosità mi ha spinto alla sperimentazione, alla selezione
Così in ogni poesia ora ricerco l'essenziale, a volte la sentenza, a volte la constatazione
che ogni concetto merita attenzione quando viene nominato.

Lo scopo è mantenere viva la mente, non dimenticare le piccole cose, il vissuto personale e il paesaggio in cui si compie il gesto dove la parola diventa interruttore  che procura la luce.

Lo scopo è arrivare al cuore delle persone emozionandole, facendole riflettere, aprendo i loro occhi sulla vita (che è l'interiore).

Catturare i segreti della natura che abita il mondo sotterraneo e portarli alla luce, questo mi affascina e mi fa vivere in armonia.

E questa è per te, che mi hai dedicato il tuo tempo, il mio grazie ...:-)



L'orecchio conduce
oltre la soglia del suono
che da luce al buio
e lo protegge
e non conosce la condizione del tempo
ma la assapora.

Mi nutrirei di solo vino
e destinazione.

martedì 29 marzo 2016

Dhvani - Risonanza - Poesia




C'è chi separa poesia bianca da poesia nera
un certo Daumal, pare
compagno di scuola di Simone.

La divisione accomuna l'uomo da sempre
è un dato di fatto
senza calcolare le mille sfumature all'interno.

Il cervello ha due emisferi
ma l'ipofisi è situata alla base
di un nucleo palpitante.









martedì 2 febbraio 2016

Tempo di raccolta







Solo quando tutto è detto
restiamo in silenzio
perché quel che lasciamo non detto
sfarina come calce
nei nostri tratti,
indurendo i nostri volti
dall’interno.

Ajahn Bhikkhu Abhinando