Cosa sei tu che mi fluisci nel sangue e sali nella mente mina in un campo
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martedì 25 ottobre 2016
mercoledì 21 settembre 2016
Ontologia del Poeta
La prima produrrà una serie di presuntuosi che si spacciano per avanguardisti, ma semplicemente vanno ‘ad lumen nasi’, o peggio ancora confondono la poesia con il primo pensiero che frulla in zucca, sono insomma degli ignoranti, dei supponenti, dei palloni gonfiati – e facilmente li si sgonfia… Hanno un’idea solipsistica, onanistica dell’arte, ma che cos’è l’arte se non dialogo col mondo? (autori, lettori, critici, politica religione, costume, e ovviamente la tradizione).
La seconda categoria è quella dei poeti DOC. Il rischio per loro è di sentirsi psicologicamente schiacciati dalla validità o dalla forza o dalla bellezza dei poeti che essi hanno letto. Il pericolo è di fermarsi alla contemplazione, all’ammirazione che toglie la parola di bocca e non vedere gli inevitabili punti di debolezza della loro poetica (che sono poi gli stessi del loro rapporto con il mondo, generati dagli stessi meccanismi mentali).
Il segreto è: leggere, certo, ma pensare nel contempo in modo critico, ossia il saper misurare la via che uno ha intrapreso, ma nello stesso tempo chiedersi se non si possa fare in altro modo, sviluppando intuizioni che inevitabilmente da qualsiasi lettura ci provengono, rispecchiando il nostro tempo ma parlando a tutti i tempi. E’ dalle letture che nasce lo stimolo, perché nella lettura misuri la personalità, il carattere, la psicologia, la visione del mondo di chi scrive e ti rendi conto delle soluzioni che egli ha adottato. In un certo senso ti metti in colloquio con lui e poni domande, contesti, approvi, sviluppi alternative, ecc. ecc. E’ sulla poetica che bisogna ragionare, a cominciare dalla piccolissima, prima ma decisiva domanda: perché io scrivo?
Ti confesso che non ho ancora risposto a questa domanda, ma a volte mi sorge il dubbio che se vi rispondessi smetterei di scrivere, esattamente come se scoprissi con certezza l’esistenza di Dio perderei la Fede. Tuttavia è necessario formularla, e riflettervi a lungo, sapendo che ogni risposta non è quella, o meglio, può essere una risposta per il momento, non definitiva. La tua poesia è, in qualche modo, la tua ontologia.
Dunque, leggi (almeno tu che hai tempo…) ma non lasciarti schiacciare, mettiti in rapporto dialettico con la loro poetica e troverai la tua poesia, che scaturisce non da altro che con il confronto critico con la tradizione e ovviamente i contemporanei.”
[Gianmario Lucini]
lunedì 25 luglio 2016
Ombra mai fu
Abbiamo bisogno del sorriso
per rigenerare la nostra mente
per preservare
l’innamoramento in ogni cellula
vivente,
per far si che il non vivente
vi si aggrappi.
*
È terapeutico
ascoltare il rumore della penna
nel silenzio circostante
sfrigolare sulla carta
provocando la magia.
*
C’è un buon odore quassù
vicino alla Val Grande
di menta e coriandolo,
di infinito passato remoto
stemperato nel cantico dei boschi.
*
Leggere “La via del Sole”
e sentirmi rinascere;
anche questa è luce.
* * *
sabato 18 giugno 2016
Hairesis, Francesco Marotta
Ossidiane, questa cascata di versi di Francesco Marotta, si snodano da una voce profonda
mantenendo all'interno l'unione, tra la durezza forgiata dal tempo e gli "invisibili, inascoltati palpiti di mondo" ...(pag. 42).
- invisibili, inascoltati palpiti di mondo
davanti alle nostre tavole imbandite
nel dormitorio che ci consola
di diventare ciechi, esistere da morti
appena nati.
Un viaggio al centro della memoria che tocca realtà diverse, intime e distanti.
Lo scenario cambia, ma quello che rimane è un dolore acuto, la mancanza, il figlio mai nato.
(pag. 52 e 53)
...procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo ...
Farsi sete - cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all'eco
dell'altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva
l'alfabeto dell'unico cielo che ripara
Voci di naufragio, figure insonni che vegliano nell'ombra, stanze e abissi che si alternano, parrebbe una poesia visionaria, in realtà è la mano del poeta, che col sangue, con il suo sguardo, come un compasso traccia, la linea sottile del volo.
(pag. 51)
Guardami -
io che non so pregare, che non ho mai pregato
io oggi prego
non te, i tuoi feroci altari
ma il soffio che parla nei sogni di mio figlio
- il respiro della mano
che al risveglio gli accarezza il viso
mentre in silenzio depone un fiore
nell'urna d'aria della luce.
(pag. 66)
con la luna nel palmo
la mia mano insegue la curva del tuo seno,
distante, in attesa,
cerca la fonte che in te si nasconde come una stella
al riaffiorare del giorno - la benedizione di una lacrima
dove immergere il corpo devastato
dei miei sogni
(pag. 69)
(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti di un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva -
a volte ti brucia i ricordi - il silenzio
come il fuoco di un dio senza tempio, e tu inciampi
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate nell'aria)
venerdì 17 giugno 2016
Terracqua, Mirella Crapanzano
Mirella Crapanzano, nel suo nuovo libro di poesie: Terracqua, dipinge una geografia del mare che comprende il suono, la lingua dei cetacei (poesia pag. 10).
L'assenza della punteggiatura fa si che il corso delle parole non si interrompa, ma prosegua come flusso continuo verso l'ispirazione dello sguardo, evocando le parole a lei care come:
mani, alba, rose, mattino, terra, gola, segno.
pag. 54:
Mi tieni
nei segreti che scrivi
tra le cose distanti
e sai mancare
un vento larghissimo
ti scompiglia le mani
una disegna l'altra
e mi fai entrare
come una liberazione
una burrasca, il sale
Questa lettura è un viaggio che intraprendiamo al centro del suo sentire, nella brevità delle sue sillabe che lasciano spazio a un respiro lungo, indugiando sul senso come le dita su una partitura.
dedicata alla madre, pag. 45:
l'ultima volta ti custodisco, madre
gocciola rossa in un campo di grano
i tuoi passi la semina e il raccolto
la sabbia e il gorgo, la traiettoria della mano
il vuoto sul divano, il segno seme
che cresce nei ricordi, che occupa distanze
la concordia del cielo quando trattiene
troppe cose
è un viaggio in un mondo malinconico, sospeso nella sensazione, nell'incontro che si crea
tra la bellezza del creato e l'interiorità che fiorisce.
Ma anche nella pupilla tonda, di chi ha ingoiato il mare.
* * *
pag. 46:
sei dove risiede la malinconia
che si presta ora ad altre visitazioni
il crepuscolo stacca delicatamente
dai suoi rami il giorno
è la mia pelle che descrive dinastie di rose
troppo amore per farne un orlo da cucire
sotto la veste
*
le tue mani hanno una punteggiatura
nuova, vedi come la lingua si ferma
sulle parole amaranto
divento terra aperta al desiderio
l'odore è quello della spremitura
dopo la pioggia
pag. 46:
sei dove risiede la malinconia
che si presta ora ad altre visitazioni
il crepuscolo stacca delicatamente
dai suoi rami il giorno
è la mia pelle che descrive dinastie di rose
troppo amore per farne un orlo da cucire
sotto la veste
*
le tue mani hanno una punteggiatura
nuova, vedi come la lingua si ferma
sulle parole amaranto
divento terra aperta al desiderio
l'odore è quello della spremitura
dopo la pioggia
lunedì 30 maggio 2016
La parola negata, Gianmarco Pinciroli
3.
e tu non dirla la
parola,
che ti basti
pensarla nella veglia
e poi la notte
viverne la lenta sillabazione
fino alla mancanza
di respiro
quando il fiato si
fa parossismo dell’ala
per un volo che
scende in picchiata
la vertigine del
primo sonno
e ultimo
quel respiro l’ho
udito
e ho visto quella
maschera che dobbiamo indossare
nel quando di quel
dove
si beve la feccia
dell’ultimità
mi si dica come fare
perché davvero non
saprei
rivolgere (a quale
lui o a quale lei)
la dolce preghiera
dell’assenza,
richiesta d’oblio
perenne, e cecità che salvi
un barlume di
umanissima pietà
per chi reca sulle
spalle il dovere
di non più essere
quel grumo
di fiato e terra che
sorride al vento
4.
i due che lì, o
altrove, stanno e stanno
e nello stare non
sai come, la memoria
resta, vapore che
addormenta nell’insonnia
e ubbidisce al
destino delle cose che finiscono
e finiranno, prima,
dopo, finiranno
ed io con loro:
apparso e poi scomparso
“c’è questa follia
che non sormonti”
mi dice con severità
il filosofo
mentre il mistero
semplice prevale
e nel silenzio si
assorbe ogni dolore
5.
è dunque una tomba
la memoria, vana
senza
l’irraggiamento di una lapide
con lo specchio di
un volto sorridente
che ora c’è, non
c’è, dipende
dagli occhi che la
guardano, distanza
della stella più
lontana, lassù
quaggiù, ma nessun
dove nessun quando, più
ci danno
riferimento, un luogo
che non sia vanità
di mente, non dura:
luce che si
disperde, voce oscura
7.
oh la fatica di
compilare elenchi
di tracce vissute
tanto tempo fa
quando un profumo e
un sorriso
ci inventavano la
lunga giornata estiva
sulla riva del
miraggio, luce d’agosto
spezzata dai raggi
della bici
insieme con l’ombra
minacciosa
il futuro non conta
le vittime,
le fa, ed è quel sé
che non saremo mai
abbastanza: una
musica troppo facile,
metrica e prosodia,
lessico d’anni ingenui,
coltivazione della
polvere dei fiori
e disegni di
costellazioni inventate
lì per lì dalla
passione d’un momento
oh la fatica,
l’enigma degli angeli
scesi dal campanile
in veste di do diesis
per una melodia che
segna il termine
del viaggio alla
farfalla (ma lei, e lui
insieme dentro e
fuori quella casa
ricca di avvenimenti
impercepiti
dall’immediata
aderenza al divenire)
pochi ma essenziali
nutrimenti
all’anima perduta
con un salto di gazzella
per evitare trappole
di colpa e redenzione
(ma loro no, blanda
mestizia dei fedeli
per il quieto
indomenicarsi d’esistenza
nel gregge che va,
rassegnato, alla chiamata).
giovedì 26 maggio 2016
Poiesis
Bisogna distinguere tra poesia e poetico. La poesia attiene alle forme. Il poetico non ha forma.
Sebastiano Aglieco
lunedì 9 maggio 2016
Microfono aperto, Palco Palasole. Bellano, domenica 8 maggio 2016
Annualmente
in quel di Bellano l'associazione culturale LetteLariaMente organizza una Fiera di piccoli editori provenienti da più
luoghi, diversi ogni anno e con diverse iniziative per adulti e per
bambini. L’anno scorso non ho partecipato ma quest’anno (all'ultimo momento) mi sono ripromessa di
fare una ‘puntatina’ e di mettermi in gioco con la Poesia, anche per vincere un
po’ la mia innata timidezza.
Premetto
che l’unico vero incontro poetico che ho fatto è stato nel 2013 in occasione
dell’uscita del mio libro 'Rapsodia in rosso' promosso dal caro Gianmario
Lucini, che aveva coinvolto per l’occasione persone squisite e competenti come
Ivan Fedeli e Fiammetta Giugni. Ma torniamo alla Fiera! Or dunque,
addentrandomi tra i vari stand ho avuto modo di conoscere bene quello di “La
vita Felice” il quale esponeva poesia classica in versioni accurate. Ho
azzardato la domanda: come mai non vedo libri di poeti contemporanei?
Mi
è stato riposto: inutile esporli dal momento che certi nomi risultano
sconosciuti se non c’è l’autore stesso a presentarsi e a presentarli.
Io
un libro di Anna Toscano e Stefano Guglielmin lo avrei comunque preso!
Ma
torniamo al palco, al gentilissimo conduttore Vincenzo la Bella che ha permesso
la lettura di cinque poesie tratte dal libro e ha organizzato una gara con
votanti tra il pubblico per stabilire il ‘vincitore’ tra i cinque sfidanti di questa
“Poetry Slam”. Oltre alla soddisfazione di essere arrivata finalista insieme
alla mia compaesana ho constatato che l’emozione, durante l’intrattenimento, era
più a livello di pancia, a livello di voce sono riuscita a mantenere il
controllo, e questo per me è già un traguardo.
L’altra
cosa che mi ha dato soddisfazione è che la mia poesia
era tra le più brevi lette in pubblico.
Mi
è stata chiesta la spiegazione per la poesia: Mettere ordine.
‘Mettere
ordine
Presuppone
un’idea precisa
Un
letto di petali
Sopra
un caos sotterraneo.’
L’arte
non andrebbe mai spiegata perché ciò che arriva alla persona non si può catalogare,
ci arriva a livello di emozione e segue un’esperienza personale.
Ciò
che arriva a una persona può non arrivare a un’altra o comunque essere diverso.
Io
ho dato una spiegazione generica ma la vera spiegazione forse sfugge anche a
me, dal momento che pensando a quei petali pensavo alla cultura araba e alla
bellezza di un letto cosparso di petali.
venerdì 22 aprile 2016
Teatro delle conversazioni. Gianmarco Pinciroli
…il
lento, impercepito dipanarsi
dal
filo dell’alba al tessuto
che
ti cresce tra le mani verso sera
e
non ti copre più che tanto il volto…
1.
… in queste rose di nebbia, oggi, febbraio
ci sono e non ci sono segni, fruscii
di una qualche umanità corrosa
dall’abitudine ad essere volatile…
… nessun esperimento, solo sintassi
a collegare le più semplici parole
ne viene un po’ di senso, forse troppo
per chi ama i fili sospesi sull’abisso…
… fuggirsene, concetto di rimprovero
per qualche forma antica di viltà
ben conosciuta da chi ne fa esercizio
di bella scrittura, calligrafia del cuore…
… maschere infinite, tutt’attorno al totem
della condiscendenza ben volente, anche
tu lì attorno, chi lo direbbe mai, eppure
sei transitata, con la ‘cartella’, indifferente …
2.
… “vorrei che le ferite che mi hai inferto
in fretta rimarginassero, domani, oggi
ora che te lo sto dicendo…”, così dunque
l’amore muore e cerca attorno vita…
… risponde allora “nulla che ti serva
io sono in grado di fornire, almeno
per quanto riguarda l’oggi…”, resta
in sospeso il domani nella nebbia…
… anni e anni, sono passati anni
sotto i ponti sottili del pensiero
che nell’amore pensa: consumazione
dell’amore, niente più che tedio…
… chissà perché risorge dal sepolcro
proprio nell’ora dell’oggi più lontano
l’immagine crudele, il sorriso vuoto
“lasciami andare, sei buono in fin dei conti…” …
… e andata infine, andata sei nel colmo
della memoria antica, astro inattinto
vertice senza il senso di un’origine
la fine scritta sin dentro la tenerezza…
… vagabondaggi, non più, per carità, soltanto
vagabondaggi, irrisolta la tua meta
disegna sul cartone ultimi orizzonti
per i passi dell’anima inconsapevole…
… dove mai – quale linguaggio: i gesti? –
intendi proporre il tuo sapere
l’albero del bene o male conosciuto
da tempo inaridito per il fulmine?...
.. non dove o quando, ma qui, ora
nessuna domanda più, poco ti resta
da respirare, poche tra queste pagine
sfogliate da mani profumate, donne…
… tu continua, in solitudine, accensione
casuale, un tuo fornello per il thè
alle quattro e mezza, sole in tazzina
tepore, inverno, un po’ prima del buio…
… “che resta?” domandi da una vita
non resta niente perché tutto è eterno
questo tuo chiedere, l’affanno, senso
che latita, tutto, non resta niente…
lunedì 11 aprile 2016
Necessità e destinazione. Nota di lettura di Gianmarco Pinciroli
Cara Carla, ogni volta che prendo contatto con una
poesia autentica (e la tua lo è) devo constatare, almeno ad una prima
immersione, l'inestricabile groviglio dei temi che rendono affascinante, ma non
subito compresa sul piano tematico, la lettura che se ne fa; è un'empatia utile
al piacere estetico ma non mai sufficiente, se s'intende partecipare con un
minimo di razionalità al mondo nuovo e antico che in quei versi ci si squaderna
davanti. Ecco dunque che ad una seconda (e terza, eccetera) lettura si comincia
finalmente a capire, e diventa allora necessaria un'operazione selettiva
rispetto ai temi che s'intende seguire, per poi scriverne. Per non ripetere le
giuste osservazioni fatte a suo tempo da Fedeli e Lucini, io mi concentrerò su
una direttiva tematica che peraltro mi appartiene da sempre, sulla quale ho
scritto i miei libri (che anche tu, in parte, conosci) e della quale restano
impregnati i miei tentativi direttamente poetici (anche questi, in parte,
conosci). Mi sono chiesto quindi, rileggendo con grande attenzione i tuoi
versi, come si configura la tua relazione con la scrittura, e anche: che cos'è
scrittura per te? e ancora: a quale scopo scrivi? E' chiaro che la risposta che
se ne può dedurre è interessante soltanto se è perfettamente incarnata
nei tuoi versi, altrimenti, se espressa secondo un altro registro scritturale,
diventerebbe una nota critica (come lo è nei miei "maestri", ad
esempio), ma sarebbe un'altra cosa, molto lucida (e forse l'hai anche fatto
altrove) dal punto di vista teoretico, ma del tutto non pertinente rispetto
alla santa immediatezza del dettato poetico che mi hai sottoposto.
Sono partito dal titolo della tua terza raccolta, perché il tema dell'"altrove", di cui qui delinei una "geografia", tu l'avevi già annunciato in apertura di "Rapsodia" ('L'altrove è un luogo costruito/nella mente e nello spirito'); il fatto che la "geografia dell'altrove" sia "costruita nella mente e nello spirito" basta da solo a illustrare un progetto profondo di scrittura, in cui si dà conto sia del senso che questo progetto va di volta in volta costruendo (da sempre, l'altrove è il luogo che non c'è, che non c'è ancora, che dovrebbe esserci, è il luogo dell'utopia), sia del tipo di sguardo che intende reperirne le tracce (il termine 'geografia' ben si adatta a descrivere tutto il tuo lavoro, sin dal primo testo di "Aria di lago": qui è una geografia prima di tutto naturale, nel tuo caso rappresentata dai posti meravigliosi in cui vivi, ma è anche una geografia della memoria, dato che subito, nel primo testo della prima raccolta, la mobiliti - 'affiorano i ricordi' - e infinite altre volte la mobiliti nelle altre due raccolte, e infine - e quest'ultima geografia, accennata senz'altro nelle ultime sezioni di "Aria", diventa poi un tema portante, forse il tuo tema per eccellenza, nelle altre due - è una geografia tutta interiore).
A questo proposito mi sono annotato un gran numero di passi in cui ogni elemento di paesaggio che tu mobiliti si profila retoricamente come una metafora o una metonimia del tuo sguardo interiore sulle cose e sulle persone. Sotto questo profilo, anche il semplice tagliare zucchine o stirare camicie, malgrado la loro empiricità elementare, confermano il detto di Eraclito: "Anche qui ci sono gli dèi". Probabilmente, in tutto questo ci potrebbero essere tracce di insegnamenti zen, oppure potrebbe invece essere una tua disposizione naturale a considerare la scrittura come il luogo della verificazione dell'esperienza vissuta (io la vivo da sempre così). Molte volte ho citato l'affermazione di René Char circa l'essere la poesia il pane quotidiano, sia essa poesia scritta o letta, la cosa è indifferente. L'impressione allora che danno i tuoi versi, sia quelli di "Rapsodia" sia quelli di "Geografia", nel loro andamento frammentario, rapsodico appunto, aforismatico in qualche caso, ma tutti strettamente collegati tra loro, è proprio quella di una panificazione necessaria alla dazione di senso quotidiana, al dare senso al dono della vita, affinchè il non-senso (il vuoto) di fondo non prevalga e l'umano diventi la nostra vera realtà.
'Non ho ancora iniziato il libro che desidero leggere/pensavo alla morte, a come potrebbe sorprendermi/alle cose da riordinare, prima che/la sua folata decisiva recida/nuovamente il mio cordone' ("Rapsodia"): ecco quindi l'emersione della dazione di senso: leggere, scrivere, ossia conquistare il cosmos contro il caos, prima che la fine (la morte) ridiventi l'inizio (io chiamo tutto questo da tempo "falso movimento", perchè origine e fine sono un punto solo, e quel punto è l'eterno che ci aspetta); d'altra parte, l'ultimo testo di "Geografia", dedicato a Lucini, conferma questo: 'Ti sei consumato dietro la scrittura dei giorni,/non sapevi che l'eterno/era già dentro di te'. La 'consumazione' di cui parli è al tempo stesso esistenziale e scritturale, è la fatica quotidiana dell'uomo che vive e che scrive, che si trova a dover scrivere, che sceglie di scrivere, e per poterlo fare non deve sapere (razionalmente) che quel punto d'eterno, in cui l'esser nati e il dover morire si assommano in un solo attimo grazie alla geografia esteriore e interiore che rappresentano in toto la sua esperienza di vita, è già custodito e protetto dentro ognuno di noi, e che chi scrive, dunque, non ha - di questo movimento che è ricominciato ogni giorno e che ha colmato nella provvisorietà il vuoto - altro che il compito umano, tutto umano di renderne testimonianza.
Il gioco della scrittura è allora per te, mi sembra di capire, un pendolo che oscilla tra coscienza di una necessità e incoscienza di una destinazione: da un lato 'Scriviamo come uccelli aggrappati/ad un filo a piombo/per esorcizzare la paura' (in "Geografia"): dove s'affaccia quel filo a piombo? forse sul vuoto che è nostro dovere colmare con le giuste parole quotidiane, l'esorcisma è proprio nei confronti della vampirizzante tentazione di lasciarsi andare nell'insignificanza, e la paura di cui parli è una sana reazione a questa sconfitta; dall'altro 'Il mio mondo è qui/lontano dal mondo. [...]/Qui mi può solo toccare/la natura - contaminata- di un Dio' e 'Il foglio è il rifugio necessario/ma mai quanto il paesaggio del mio lago' (ambedue in "Geografia") e anche 'Scrivere è potenza che si stempera/impotente dalle dita/per andare a schiantarsi sul muro/del nostro sentire.' (in "Rapsodia"), ossia: necessità e destinazione, i due volti indistinti eppure diversi di chi scrive, esigono al tempo stesso presa di distanza dal mondo così com'è (la citazione da "Rapsodia" descrive l'ostilità quotidiana rispetto alla parte migliore di noi che con essa fatalmente confligge), e ricerca di un rifugio 'nel' mondo (non 'fuori' dal mondo), nell'incertezza, talvolta delusiva purtroppo, che mai nessuna parola, però, potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura, essa vista, nella sua gratuita e semplice perfezione, come segno di un mondo così come dovrebbe essere.
Questo è quanto, cara Carla, mi è giunto alla penna del computer di scriverti in merito ai tuoi versi. La loro ricchezza tematica - lo ripeto - va ben oltre queste poche note, ma mi sia lecito, per il momento, lasciare nell'inespresso tutto il molto che rimane consegnato all'enigma del tuo ordine del discorso poetico, e che forse non sempre l'attenzione 'critica' dovrebbe turbare con le sue un po' fastidiose razionalizzazioni.
Mi farai sapere che cosa ne pensi, e grazie ancora per le tue dediche e per l'opportunità che mi hai offerto di partecipare alla tua esperienza poetica.
Un caro saluto
Gianmarco
* * *
Sì, è proprio il mio orecchio, l'orecchio interiore
quello che sente
e che deve imparare ad ascoltare.
Necessità e destinazione
sinonimi di una scrittura completa.
La ricerca che ogni poeta vorrebbe vedere tradotta sul foglio semplicemente ascoltando
la natura e il suo manifestarsi.
Cos'è la scrittura per me?
Come si configura la mia relazione con la scrittura?
A quale scopo scrivo?
Il bello della scrittura è che non sempre è razionale, a volte capita che l'impulso combaci con l'intuizione. Nasce così l'illuminazione.
Mai nessuna parola potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura - rifugio nel mondo -
È questa la certezza che in questi giorni mi abita
sapere che tutto è già stato scritto nel grande libro degli eventi. Il tentativo di riscriverlo.
All'inizio scrivevo per dare voce al mio sentire, avevo bisogno di conoscere la mia identità per proteggere la mia timidezza, poi ho scritto perché la lettura , le varie letture di filosofia ma anche di poesia, mi hanno portato a scoprire correlazioni tra pensiero filosofico e realtà, tra esperienza personale e contatto con l'umano.
La curiosità mi ha spinto alla sperimentazione, alla selezione
Così in ogni poesia ora ricerco l'essenziale, a volte la sentenza, a volte la constatazione
che ogni concetto merita attenzione quando viene nominato.
Lo scopo è mantenere viva la mente, non dimenticare le piccole cose, il vissuto personale e il paesaggio in cui si compie il gesto dove la parola diventa interruttore che procura la luce.
Lo scopo è arrivare al cuore delle persone emozionandole, facendole riflettere, aprendo i loro occhi sulla vita (che è l'interiore).
Catturare i segreti della natura che abita il mondo sotterraneo e portarli alla luce, questo mi affascina e mi fa vivere in armonia.
E questa è per te, che mi hai dedicato il tuo tempo, il mio grazie ...:-)
Sì, è proprio il mio orecchio, l'orecchio interiore
quello che sente
e che deve imparare ad ascoltare.
Necessità e destinazione
sinonimi di una scrittura completa.
La ricerca che ogni poeta vorrebbe vedere tradotta sul foglio semplicemente ascoltando
la natura e il suo manifestarsi.
Cos'è la scrittura per me?
Come si configura la mia relazione con la scrittura?
A quale scopo scrivo?
Il bello della scrittura è che non sempre è razionale, a volte capita che l'impulso combaci con l'intuizione. Nasce così l'illuminazione.
Mai nessuna parola potrà eguagliare la bellezza spontanea che ci offre la natura - rifugio nel mondo -
È questa la certezza che in questi giorni mi abita
sapere che tutto è già stato scritto nel grande libro degli eventi. Il tentativo di riscriverlo.
All'inizio scrivevo per dare voce al mio sentire, avevo bisogno di conoscere la mia identità per proteggere la mia timidezza, poi ho scritto perché la lettura , le varie letture di filosofia ma anche di poesia, mi hanno portato a scoprire correlazioni tra pensiero filosofico e realtà, tra esperienza personale e contatto con l'umano.
La curiosità mi ha spinto alla sperimentazione, alla selezione
Così in ogni poesia ora ricerco l'essenziale, a volte la sentenza, a volte la constatazione
che ogni concetto merita attenzione quando viene nominato.
Lo scopo è mantenere viva la mente, non dimenticare le piccole cose, il vissuto personale e il paesaggio in cui si compie il gesto dove la parola diventa interruttore che procura la luce.
Lo scopo è arrivare al cuore delle persone emozionandole, facendole riflettere, aprendo i loro occhi sulla vita (che è l'interiore).
Catturare i segreti della natura che abita il mondo sotterraneo e portarli alla luce, questo mi affascina e mi fa vivere in armonia.
E questa è per te, che mi hai dedicato il tuo tempo, il mio grazie ...:-)
L'orecchio
conduce
oltre la soglia del suono
che da luce al buio
e lo protegge
e non conosce la condizione del tempo
ma la assapora.
Mi nutrirei di solo vino
e destinazione.
oltre la soglia del suono
che da luce al buio
e lo protegge
e non conosce la condizione del tempo
ma la assapora.
Mi nutrirei di solo vino
e destinazione.
martedì 29 marzo 2016
Dhvani - Risonanza - Poesia
C'è chi separa poesia bianca da poesia nera
un certo Daumal, pare
compagno di scuola di Simone.
La divisione accomuna l'uomo da sempre
è un dato di fatto
senza calcolare le mille sfumature all'interno.
Il cervello ha due emisferi
ma l'ipofisi è situata alla base
di un nucleo palpitante.
martedì 2 febbraio 2016
Tempo di raccolta
Solo quando tutto
è detto
restiamo in silenzio
perché quel che lasciamo non detto
sfarina come calce
nei nostri tratti,
indurendo i nostri volti
dall’interno.
restiamo in silenzio
perché quel che lasciamo non detto
sfarina come calce
nei nostri tratti,
indurendo i nostri volti
dall’interno.
Ajahn Bhikkhu Abhinando
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