In generale, ciò che ha vita non possiede, come il Padiglione d'oro, una sola ed unica essenza.
Gli esseri umani ricevono dalla natura una parte delle sue diverse qualità, e non fanno che ampliarle e svilupparle con un efficace metodo di combinazione.
pag.239-240-241 - Il padiglione d'oro, Yukio Mishima
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A mano a mano che il ricordo della bellezza si ravvivava in me, proprio l'oscurità diveniva lo sfondo su cui potevo sistemare a piacere la visione.
In quella forma tenebrosa e appiattita si celava tutto quanto avevo ritenuto bello. Grazie alla memoria, i vari dettagli estetici presero a luccicare uno ad uno uscendo dalla circostante oscurità; e poi quel luccicchio si ampliò, si estese, finchè l'intero padiglione emerse dinanzi a me illuminato come non mai da quella luce che non è nè giorno nè notte, e che è il tempo medesimo. Era come se mi fossi impadronito della visione di un cieco.
L'esterno s'era fuso con l'interno.
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La bellezza sintetizzava quella lotta o contrasto tra le varie parti, e insieme ne rimaneva al disopra!
Il Padiglione era stato costruito con polvere d'oro in una prolungata notte senza lume, come un sutra miniato sulle pagine blu scure d'un testo liturgico. Tuttavia ignoravo se la bellezza fosse una cosa sola col Padiglione stesso , ovvero se fose d'una specie con la notte ed il nulla che lo circondavano. Probabilmente era tutto: le singole parti dell'edificio, il suo insieme, e la notte che lo racchiudeva.
A questo pensiero sentii che il mistero della bellezza del Padiglione , che tanto m'aveva tormentato, stava per svelarsi.
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Se si esaminavano i singoli particolari - i pilastri, le balaustre, le imposte, le porte, le finestre ornamentali, i tetti spioventi, l'Hosui-in, il Choondo, il Kukyocho, il Sòsei, l'immagine riflessa nello stagno, l'isolotto, i pini e anche gli olmetti- si avvertiva che in nessuno di essi la bellezza era compiuta; giacchè in ciascun elemento vi era un accenno della bellezza degli altri.
La bellezza d'ogni singola parte era per se stessa carica d'inquietudine: vagheggiava la perfezione senza possederla, e inevitabilmente anelava a quella delle altre parti.
I vari accenni, così collegati tra loro e relativi ad una bellezza che non esisteva in nessuno di essi individualmente, costituivano la caratteristica essenziale del Padiglione d'oro.
Essi erano dunque segni del nulla; e il nulla era la vera essenza di quella bellezza.
Certi scritti fanno pensare ad una musica, e a tante piccole considerazioni, che trovo difficile esternare ora, ma ci voglio provare, perchè Mishima lo merita.
Il finale non mi ha deluso come pensavo, anzi, alimenta quella forza che sempre ritengo suprema, la vita.
*La bellezza*, non c'è scampo da essa, non c'è salvezza, e non è vero che il nulla le si avvicina.
Certo, nella bidimensionalità dello spazio è facile inciampare, distrarsi, vaneggiare...
Ma lei c'è, inesorabile in ogni espressione, nella selvaggia prova che la natura le porge.
Lei è la tentazione, la visione, la determinazione
e la caduta.
La scoperta di un limite, anche questo è bellezza, la rivelazione, che da ogni sfumatura si coglie,
la deformazione del piede, la balbuzie.
Dove c'è limite, esiste il desiderio di combatterlo, e questa è bellezza.
la lotta, l'intrepida idea.
Bisogna diffidare dell'architettura quando questa si mostra solo esternamente, la vera architettura deve partire dal centro, dall'interno, ed irradiarsi senza discriminazione su ogni cosa.
Ma se vuole solo apparire, allora il suo fine è già minato dalla mancanza di struttura.